La lezione di Mandela

In questi giorni di generale dolore per la scomparsa di Nelson Mandela, in tutto il mondo si ricordano le virtù dell’uomo che seppe plasmare un nuovo volto politico per quel grande Paese che è il Sudafrica.

Il giudizio comune che viene espresso da chiunque venga intervistato è: “Ha saputo parlare ai nostri cuori, al di là del colore della pelle”. Ecco cosa manca nel mondo occidentale di oggi: qualcuno che sappia parlare ai cuori dei cittadini. Un deficit, in Europa, dei capi di Governo che hanno la responsabilità di aver contribuito a costruire una Ue post-Maastricht lontana da quella immaginata dai suoi padri fondatori. Un continente gestito dalla finanza, dai poteri forti, dalla burocrazia, dal mercato cinico e selvaggio, con un vuoto di democrazia che impedisce, per la sua struttura istituzionale così centralizzata, ai cittadini di sentirsi protagonisti e non sudditi.

Una mancanza che riguarda anche la nostra Italia, dominata da interessi egoistici e partitici, da personaggi incapaci di indicare efficaci soluzioni ai problemi che hanno finora allargato i fisiologici livelli di povertà. Un senso d’impotenza pervade milioni di europei, alle prese con una epocale crisi economica percepita ancor più negativamente dopo decenni di diffuso benessere. Un’impotenza, una rassegnazione, che attende solo l’arrivo di qualcuno in grado di fare ciò che la classe dirigente non è stata in grado di fare.

Un comune sentire questo che inevitabilmente offre spazi di conquista a chi grida di più, a chi si ripropone come elemento salvifico per un disastro che avvolge tutto e tutti intorno a un populismo anti-sistema. Forze politiche senza storie, cultura, aggressivamente populiste come il Movimento 5 Stelle in Italia, Alba Dorata in Grecia, il Fronte Nazionale di Le Pen in Francia, il Partito della libertà austriaco fondato da Jorg Haider, l’Ukip nel Regno Unito, il partito xenofobo nei Paesi Bassi,

l’Alternative für Deutschland in Germania, i nazionalisti fiamminghi in Belgio, il partito ultracattolico di Prawo in Polonia e così via, tese al disfacimento delle istituzioni democratiche che nel loro complesso appaiono incapaci di funzionare a tutela dei cittadini che rappresentano.

E’ questo dunque il futuro prossimo che ci attende? Non è forse giunto il momento di dar vita a punti di riferimento politici che pure hanno prodotto un’Europa portatrice di un sogno di pace, di speranza di benessere, esempio di partecipazione democratica fra Paesi certo con culture e storie diverse, ma accomunati dal reciproco interesse del superamento di antiche rivalità, per offrire alle nuove generazioni un contesto diverso da quello tragico che ha caratterizzato i secoli passati?

Rispetto dunque a un populismo sfascista che serpeggia ovunque, non è forse giunto il momento di parlare al cuore dei cittadini per stimolarli con rinnovati ideali e valori a mettere in atto un cambiamento di rotta che non distrugga questa Europa ma la ricollochi sui giusti binari sollecitando la ripresa di un ruolo primario della politica, quella vera, autorevole, capace di interpretare i reali bisogni della società e di fornire adeguate soluzioni fuori da miserevoli tatticismi che rischiano, alla fine, di eliminare del tutto anche coloro che li esercitano? Il nostro quadro politico complessivo ha la necessità di chiarirsi velocemente rilanciando movimenti e partiti autenticamente e democraticamente partecipi nel solco di cultura e storie che hanno caratterizzato i singoli Paesi di questa Ue.

Mi riferisco a due principali filoni: quello del popolarismo e quello del socialismo democratico. Movimenti e partiti che riscoprono una speranza per tutti: uomini, donne, giovani, non più giovani. La speranza di un mondo migliore, la volontà di battersi come hanno fatto i nostri padri per la libertà, la democrazia del nostro Continente e dei Paesi che lo compongono. Solo così potremo sconfiggere i nuovi e i vecchi pifferai che con mediatiche promesse hanno l’ambizione di dar vita a un potere assoluto, incontrollato e incontrollabile a difesa di interessi che certo non sono di tutti. Sotto questo profilo abbiamo già dato nel secolo scorso con conseguenti lutti e macerie. Non dobbiamo correre il rischio di fare lo stesso in questo inizio di secolo mettendo in ginocchio intere nazioni solo perché distratti dal nostro “particulare”. Utopia? Forse. Ma senza utopie il mondo non cambierebbe.

Credo che sia questa la verità che ha caratterizzato la vita di Nelson Mandela e ha vinto su tutto e su tutti. Non dimentichiamolo. Anzi, facciamo nostra una delle sue profonde considerazioni: “Sono sempre più convinto che a fare la storia siano le persone comuni; la loro partecipazione alle decisioni che riguardano il futuro è la sola garanzia di democrazia e libertà”.

©Futuro Europa®

Potito Salatto 
 

[NdR – L’autore dell’articolo è eurodeputato del PPE e vicepresidente della delegazione Popolari per l’Europa al Parlamento europeo]

 

 

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