Cronache britanniche

Londra – Una possibile uscita del Regno Unito dall’Unione Europea preoccupa non solo le grandi aziende come ribadito a chiare lettere qualche settimana fa dalla CBI (Confederation of British Industry), ma anche e soprattutto l’intero settore finanziario, che esprime forti preoccupazioni per le conseguenze negative che travolgerebbero la City. Infatti, nonostante la sensazione diffusa sia che alla fine i britannici voteranno per rimanere nell’UE, le ultime esternazioni di Cameron e soprattutto dei falchi del suo partito (vedi attacchi alla libera circolazione di persone nell’UE) non contribuiscono di certo a rasserenare gli animi dei più pessimisti. Naturalmente, un irrigidimento delle regole per limitare l’arrivo di “immigrati” dall’est Europa non interesserebbe i lavoratori delle banche, ma solamente gli unskilled e potenziali “turisti del sussidio” come precisato dal governo.

Tra dubbi più o meno fondati e isterismi vari c’è chi un futuro fuori dall’UE lo ha già preventivato e analizzato: sono i 17 finalisti del concorso Brexit Prize dell’Institute of Economic Affairs. Fra coloro che si contenderanno le 100.000 sterline messe in palio come premio finale dal think tank ultra liberale ci sono banchieri, politici e stimati professori universitari i quali dovranno convincere una commissione, guidata dall’ex ministro delle finanze thatcheriano Nigel Lawson, incaricata di eleggere la tesi vincente che meglio descriverà e sintetizzerà le prospettive economiche future che scaturirebbero da un eventuale divorzio tra Londra e Bruxelles. Tra di essi spiccano i nomi di Philip Rush, capo economista di Nomura UK e del parlamentare europeo conservatore David Campbell Bannerman.

Ipotesi e simulazioni a parte, a Canary Wharf c’è anche chi è già “pronto” a fare le valigie come suggerisce Roger Gifford, famoso banchiere della City e uscente Lord Mayor di Londra, il quale paventa che giganti come JP Morgan, Citigroup o Deutsche Bank possano trasferire i loro foreign exchange desk altrove (Francoforte o Parigi), sebbene sottolinei che il 90% delle banche spinga proprio affinché Londra resti nell’UE.  Infatti, la lobby finanziaria da una parte domanda a Downing Street una maggiore deregulation del settore e dall’altra sposa la ‘causa UE’. James Nixon, capo economista di CityUK, sostiene che il quadro regolatorio vada assolutamente rivisto ma che il Regno Unito debba restare nell’UE e nel mercato unico perché i vantaggi derivanti dalla sua permanenza sono indubbiamente maggiori sia per il Paese che per la City.

Insomma, si può star quasi certi che il conflitto in campo finanziario tra Bruxelles e Londra non sarà destinato a terminare in tempi brevi come dimostra anche l’estenuante braccio di ferro sulla Tobix Tax che ne rappresenta solo l’ultima lampante prova. Di fatto, le negoziazioni sui dettagli della tanta contestata o voluta (a seconda dei punti di vista) tassa finanziaria sembrano ancora essere in alto mare come confermano fonti vicine alla Commissione, che riferiscono del 2015 come data possibile per la sua entrata in vigore. Sarà solo un caso che le elezioni politiche nel Regno Unito si terranno proprio nello stesso anno? Coincidenze o cospirazioni a parte, si spera che le manipolazioni dei tassi d’interesse (vedi Libor ed Euribor) orchestrati da cartelli che spesso trovano il proprio epicentro nella City diventino uno spiacevole ricordo sia che Londra alla fine rimanga nell’UE o che esca dalla porta d’emergenza.

©Futuro Europa®

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1 Commento per "Cronache britanniche"

  1. Giovanni Jannuzzi | 6 Dicembre 2013 a 16:57:13 | Rispondi

    La Gran Bretagna é, col suo insularismo, sin dall’inizio, un elemento marginale e di fronda rispetto all’integrazione europea, che é un fatto principalmente “continentale”. Per questo il Gen. De Gaulle si oppose fino all’ultimo alla sua entrata. Ricordiamo che Londra é restata fuori dell’euro e dell’accordo di Schengen che regola la libera circolazione nell’area comunitaria e che gli attacchi piú volenti all’Europa vennero negli anni 80 e inizio 90 dalla Signora Thatcher. Non credo che gli inglesi, gente esenzialmente pragmatica, decideranno di uscire dall’UE, essendo consapevoli del danno che ne subirebbe l’Inghilterra come centro finanziario e industriale. Ma se lo facessero, il danno al prestigio dell’UE sarebbe, nell’immediato, indubbiamente grave, ma le conseguenze a lungo termine sarebbero positive per l’approdondimento dei vincoli che devono sempre di piú unire i popoli del Vecchio Continente se non vogliono scomparire dalla Storia; approfondimento a cui la Gran Bretagna si é sempre efficacemente opposta e, col suo spirito jingoista, continuerá a opporsi in futuro.

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