Brexit, aggiornamenti e previsioni

La Brexit ha una data ben definita, ed è il 29 marzo 2019. Questa è la deadline per dare attuazione all’art. 50 del trattato sull’Unione europea che stabilisce la procedura applicabile nei confronti di uno Stato membro che desidera recedere dall’Unione europea. Introdotto dal trattato di Lisbona nel 2007, in realtà era più una dichiarazione che un effettivo dettato che prevedesse tutte le norme e le procedure necessarie affinché questo avvenisse. Il problema nasce dall’idea che nessuno si sarebbe mai sognato di uscire dall’Unione, per cui ci si era limitati ad una dichiarazione di principio, priva però dell’architrave che la sostenesse.

Da qui il grande pasticcio causato dalla follia inglese di lasciare la UE, l’inaspettato leave ha portato alla luce tutto il disastro che arriverà a Londra in seguito all’uscita dalla UE ed i problemi che stanno sorgendo continuamente. D’altro canto il Regno Unito è sempre stato un freno all’integrazione a 28, molte dichiarazioni fatte in via ‘ufficiosa’ o lasciate trapelare dai responsabili europei denotano quasi un sollievo per la decisione inglese. Che peraltro godeva di ampie clausole compromissorie a proprio vantaggio esclusivo ancora per molti anni, tanti vantaggi a fronte di pochi obblighi.

Tornando al tema Brexit la prima fase dei negoziati è terminata il 14/15 dicembre scorso: sono emersi i problemi frontalieri, ad esempio l’Irlanda è una paese UE, ma l’Irlanda del Nord che fa parte del Regno Unito non lo sarà più, da qui il problema di come regolare la frontiera tra due entità totalmente diverse. Pare scongiurata l’idea di creare posti di frontiera e limiti fisici tra le due Irlande, cosa che avrebbe ridato fiato alle opposte fazioni che si fronteggiano da sempre nella verde isola irlandese. Come ribadito anche dal Presidente Tajani qualche giorno fa, il governo di Theresa May dovrà saldare i conti del target 2, circa 60 miliardi di euro, più tutti i conti in sospeso con la UE, facilmente immaginabili i contraccolpi sull’economia di oltre Manica.

C’è poi il problema di tutti gli europei che si erano trasferiti a Londra e dintorni, questi sono stati oggetto di due distinte risoluzioni del Parlamento Europeo il 5 aprile ed il 3 ottobre scorso, con oggetto i diritti collegati alla cittadinanza europea, soggiorno, circolazione, residenza, in tutto il territorio UE. I cittadini europei che hanno basato le loro scelte di vita sul trasferimento nel Regno Unito si sono trovati improvvisamente spiazzati, è stata introdotta una logica di reciprocità che garantirà diritti uguali ed estesi ai famigliari, ai cittadini UE in terra di Albione ed agli inglesi nei 27 paesi europei.

Alcuni studi diffusi ultimamente e ripresi da alcuni ‘pseudo-economisti’ dell’ultima ora di parti politiche italiane euroscettiche, vantano un aumento del pil britannico superiore al previsto. Purtroppo per gli amici inglesi e per gli improvvisati analisti derivati dai social media le cose non sono esattamente in questi termini. La previsione del 2% di aumento è ben al di sotto della media europea, è accreditata al traino della ripresa mondiale e non all’uscita dal più grande mercato del mondo, ed infine tutto questo è sottoposto all’adempimento di una ‘soft Brexit’, previsione quanto mai azzardata rispetto le dichiarazioni del mediatore europeo Barnier e di tutti i maggiorenti europei.

Proprio Michel Barnier lo scorso 9 febbraio, a Bruxelles ha avvertito con estrema durezza che  “O Londra accetta le regole o non ci sarà transizione. Sono molto sorpreso dal disaccordo dei britannici. Il tempo è breve. Per essere franchi, se persisteranno i disaccordi con il Regno Unito sulle caratteristiche che dovrà avere la fase di transizione destinata a rendere più morbida la Brexit, la transizione non è scontata. Il Regno Unito chiede di beneficiare di tutti i vantaggi del mercato interno e dell’unione doganale e di conseguenza, deve accettarne tutte le regole e gli obblighi fino alla fine della transizione. Se si vuole mantenere lo status quo economico, si mantiene l’applicazione delle regole comprese le decisioni nuove che entrano in vigore durante il periodo di transizione. Ci sono dei punti che non sono negoziabili perché sono al cuore di ciò che è il mercato unico e l’Ue”.

“In particolare sui diritti dei cittadini il Regno Unito riconosce che la libera circolazione delle persone si applicherà pienamente durante il periodo di transizione, ma non vuole estendere” i diritti previsti per il dopo Brexit ai cittadini “che arriveranno durante il periodo di transizione”, ha detto Barnier. I diritti dei cittadini “sono una questione principale per noi e per il Parlamento europeo”, ha ricordato il capo-negoziatore Ue, sottolineando inoltre che anche Londra “ha bisogno del periodo di transizione perché le amministrazioni e le imprese si preparino alla separazione, e per svolgere i negoziati sulle relazioni future“.

Aggiungiamo alle dichiarazione del mediatore europeo le parole del Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che in un videomessaggio al Warwick Economics Summit, conferenza studentesca dell’università di Warwick, ha invitato gli inglesi a tornare sui propri passi, “Il Regno Unito dovrebbe pensarci, l’adesione all’Ue ha dato impulso al commercio britannico e di altri stati membri per più del 50% e ha fatto aumentare la produttività del paese fino al 10%. Anche l’Ue ha guadagnato dalla membership del Regno Unito come risultato della disponibilità del Paese all’apertura e alla flessibilità dei mercati”.

Su queste posizioni e nei problemi gravosi che infestano il percorso di Brexit della May, non mancano le controversie interne con la Scozia, che all’epoca del referendum se rimanere nel Regno Unito o meno, pesò il fatto di essere parte della UE. La premier Nicola Sturgeon, commentando uno studio commissionato sugli effetti della Brexit per Edinburgo, ha sottolineato che “Questa analisi dimostra che nessuna delle opzioni previste porta tanti benefici quanti ne deriverebbero dalla permanenza nell’Unione. Ciononostante, l’opzione di gran lunga meno dannosa sarebbe quella di restare all’interno del mercato unico. Nel dettaglio, in base allo studio, il Pil scozzese nel 2030 sarebbe inferiore dell’8,5% senza accordi commerciali, del 6,1% in caso di firma di un accordo di libero scambio e del 2,7% in caso di permanenza nel mercato unico”.

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