L’onda razzista

Il triste episodio di Macerata non fa, di per sé, testo. Luca Traini è visibilmente un quasi-demente, e Salvini stesso si è affrettato a condannarlo. Ma è la spia di un clima diffuso, che la destra alimenta coscientemente in questa fase elettorale alla caccia di qualche voto in più che la porti al di là del traguardo del 40%. Berlusconi è tornato in prima persona sul problema dell’immigrazione, sparando, come sempre, cifre a vanvera, di cui sarebbe scortese questionare l’esattezza. Secondo lui, ci sono almeno 600.000 immigrati, più o meno illegali, che vivono di reati e sono “una bomba sociale pronta a esplodere”. Per Salvini sono 800.000 immigrati da espellere. Ripeto, sono cifre a vanvera, sparate per impressionare.

Il male è che, in questa gara all’imbonimento da fiera, si rende esaltata e poco seria la discussione su un tema che è seria e reale (ma rendere una questione seria un oggetto da baraccone è una caratteristica berlusconiana). Chiunque giri per l’Italia se ne rende conto. Non occorre essere razzisti, per provare preoccupazione e fastidio per certi spettacoli che avviliscono quartieri interi delle nostre città. Va dato atto al Premier Gentiloni e al Ministro Minniti di aver affrontato il tema senza demagogia, con serietà e buoni risultati. Ma questi sono facilmente ignorati o sottovalutati nel polverone sollevato da varie parti (anche Di Maio sale sul carro, accusando i governi precedenti di aver riempito l’Italia di immigrati e i partiti di averci guadagnato soldi). E l’azione moderata ed efficace del Governo è quotidianamente smentita dalle posizioni di una sinistra radicale che non ha capito proprio nulla, che continua a rilanciare (in sintonia, va detto, con Papa Francesco) una politica di braccia aperte a tutti. È naturale che la gente preoccupata del fenomeno dell’invasione aliena del nostro Paese (ed è la maggioranza) si allontani da questa sinistra velleitaria e utopica, coinvolgendo nello stesso rigetto anche la parte meno irrazionale, il PD renziano, che però, per amor di bandiera, è obbligato a fingere adesione alle politiche buoniste di LeU e dei centri sociali (la Boldrini, una che davvero ha perso la testa, va cianciando di abolizione della Legge Bossi-Fini. Incredibile!)

Non siamo, purtroppo, i soli in Europa a patire un’ondata di neo-razzismo. Dopo l’Austria, la Germania, la Francia, ora è la Polonia a inaugurare il suo proprio tipo di razzismo, nella sua forma più arcaica e ingiustificata, l’antisemitismo.

Il Senato polacco ha approvato una legge che ha due aspetti: col primo, si considera reato sostenere che vi sono responsabilità collettive della Polonia nell’Olocausto. É una posizione giusta: la Polonia al tempo della soluzione finale era occupata dai tedeschi e governata da un gauleiter nazista. Nessun organo polacco ebbe responsabilità per Auschwitz e altri campi che sorgevano sul suo territorio. La Polonia fornì anzi il gruppo più numeroso di combattenti per la resistenza e furono i polacchi a denunciare agli Alleati, che rimasero sordi e indifferenti, l’esistenza dei campi di sterminio. Ma la nuova legge considera reato anche il parlare di responsabilità di singoli polacchi. E in questo modo travisa colpevolmente la verità storica. Ci furono polacchi che collaborarono con l’occupante nazista e lo aiutarono a individuare gli ebrei nel Paese. Niente di inedito: in Polonia viveva la più ampia comunità ebraica d’Europa e l’antisemitismo polacco era una costante che tornava ciclicamente a esplodere, con i terribili e infami pogrom (ve ne furono alcuni, opera di polacchi, anche durante l’occupazione tedesca). Insomma, i polacchi certo non amavano l’occupante nazista, ma sostanzialmente ne condividevano il feroce antisemitismo e alcuni di essi collaborarono nello sterminio. Considerare reato l’affermarlo è una forma di negazionismo insieme stupida e infame, e lo è tanto più perché è impossibile non ravvisarvi un riaffiorare dell’antico, tenace, odioso razzismo antisemita vivo da secoli nella Polonia ultracattolica.

La nuova legge polacca ha sollevato proteste da parte dell’Unione Europea, com’era naturale. Essa pone tuttavia una questione più ampia e più grave, quella dei valori su cui l’Europa deve essere fondata. Alla prova dei fatti, parecchi tra i nuovi arrivati dell’Est mostrano di non condividere questi valori. C’è da chiedersi francamente cosa stiano a farci in una comunità che non può essere un semplice mercato economico, ma, com’era nell’ispirazione iniziale dei sei membri fondatori, una integrazione di civiltà e di ideali. La realtà sembra mostrare che allargare indiscriminatamente l’Europa a tutti, come tenacemente vollero la Germania (per sue comprensibili ragioni) e l’Inghilterra, che vi vedeva uno strumento per annacquare l’ispirazione integrazionista, è stato un errore.

Errore non riparabile ormai, a meno che non siano alcuni dei nuovi arrivati ad andarsene volontariamente, sulla scia dell’Inghilterra. Ma che dovrebbe incitare il nucleo fondatore dell’Unione  a stringere legami più forti. Perché i matrimoni che durano sono quelli tra gente che ha molto in comune, non tra fidanzati di convenienza e perennemente renitenti.

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