L’ordine delle cose (Film, 2017)

Andrea Segre è un documentarista che nella fiction si è cimentato solo con Io sono Li (2011) e La prima neve (2013), ma che tradisce le sue origini nei tempi del montaggio e nella cura per la confezione fotografica. L’ordine delle cose è un lavoro a progetto, studiato per anni, che vede protagonista un funzionario del Ministero degli Interni chiamato a dirigere una difficile operazione in Libia per contrastare l’immigrazione clandestina.

Segre racconta con passione e partecipazione il dramma degli emigranti africani rinchiusi in veri e propri centri di detenzione in Libia, per impedirne la partenza, violati dei loro diritti, trattati come animali, in certi casi persino massacrati di botte. Per far questo narra la vita di un funzionario privo di scrupoli che per una volta in vita sua commette un errore, restando coinvolto nel dramma umano di un profugo. La missione rischia di finire male perché lui vorrebbe aiutare a espatriare una ragazza reclusa con la quale ha avuto un breve colloquio, aiutandola a far avere allo zio che vive a Roma il suo recapito. Finale a sorpresa, che non anticipiamo.

L’ordine delle cose è quello che in pratica il regista vorrebbe sovvertire, perché nel preciso istante in cui lo racconta decide di criticarlo, ponendo l’accento sulla barbara pratica dei respingimenti, sia in mare che a terra. Lo spettatore si rende conto di come sia una palese violazione del diritto internazionale foraggiare il governo libico, inventando una Guardia Costiera munita di navi italiane e dei centri di detenzione affidati a mercanti di schiavi privi di scrupoli. Notevole il contenuto politico, interessante e condivisibile, perché sarebbe ora di affrontare le cose con serietà e non con rimedi da neocolonialisti, pur se inventati da governi che si dicono di sinistra. Altrettanto notevole la confezione cinematografica, dotata di una stupenda fotografia africana e sicula (la Libia è ricostruita tra Sicilia e Tunisia), ma anche di suggestive carrellate romane e intensi piani sequenza.

Gli attori sono tutti bravi, soprattutto il protagonista Pierobon – ben calato nei panni di un meticoloso agente segreto che va in crisi per aver aiutato una profuga – e il coprotagonista Battiston (uomo del governo di stanza in Libia). Pierobon recita con i silenzi e la maschera del suo volto è intensa e corrucciata, trasmettendo pensieri che vanno oltre le poche parole pronunciate, soprattutto nello splendido finale. Montaggio compassato con tempi da documentario, ma storia che colpisce e commuove, soprattutto pone l’accento sul destino dei meno fortunati, ai quali la vera politica dovrebbe pensare.

Meritato successo a Venezia, dove è stato presentato fuori concorso, ma colpevolmente poco presente nei circuiti ufficiali. Noi lo abbiamo visto grazie alla valida opera culturale del Piccolo Cineclub Tirreno di Follonica. Cercatelo, ne vale la pena. Vi aiuterà a dissipare molti dubbi e a mettere in crisi tante certezze.

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Regia: Andrea Segre. Soggetto e Sceneggiatura: Andrea Segre, Marco Pettenello. Fotografia: Vladan Radovic. Genere: Drammatico. Durata: 112’. Produzione: Francesco Bonsembiante, Antoine de Clermont-Tonnerre, Andrea Stucovitz. Case di Produzione: Rai Cinema, Jole Film. Collaborazione Produzione: Mact Productions, Sophie Dulac Productions. Paesi di Produzione: Italia, Francia. Interpreti: Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti, Olivier Rabourdin, Fabrizio Ferracane, Yusra Warsama, Roberto Citran, Fausto Russo Alesi, Hossein Taheri.

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[NdR – L’autore dell’articolo ha un suo blog “La Cineteca di Caino”]

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