Jus soli, il rinvio

Sulla concessione della cittadinanza a chi è nato in Italia da genitori stranieri  extracomunitari ho scritto più volte e chiarito come la penso. Così com’è stata concepita, la legge è viziata di “ideologismo” e quindi in parte sbagliata. La cittadinanza non è, non può essere un mero atto amministrativo: è un segno di identità, di appartenenza, non tanto a un territorio quanto a un popolo, alla sua storia, alla sua cultura, ai suoi valori fondamentali. Comporta diritti e doveri, vantaggi e responsabilità. Per questo, per una tradizione giuridica che viene in linea diretta dall’antica Roma, è da noi legata al sangue, non al suolo.

Negli ultimi decenni, la situazione storica dell’Italia, è certo cambiata: da Paese di emigrazione siamo diventati Paese d’immigrazione (anche se decine di migliaia dei nostri migliori giovani continuano ad andarsene). Si sta creando una categoria nuova e in passato imprevista, quella di persone che sono nate tra di noi, parlano la nostra lingua, vanno nelle nostre scuole e spesso si sentono italiani (spesso, non sempre). È giusto che la leggi se ne occupi, come si è occupata delle unioni civili, ma deve farlo con avvedutezza. La cittadinanza non può essere un punto di partenza, ma di arrivo di un percorso. E deve corrispondere a un atto di libera scelta propria, non dei genitori. Sia dunque accessibile, ma a 18 anni di età, e con una serie di requisiti minimi (a cominciare da una buona condotta). In alcuni Paesi (per esempio nelle Fiandre) è previsto un esame di cultura generale e civismo, in molti altri (come gli Stati Uniti) un solenne giuramento di fedeltà al Paese di adozione e di rispetto delle sue leggi. Formalità? In parte sì, ma formalità che hanno un loro, non indifferente, valore.

Solo gli sciocchi possono pensare che dire queste cose  si “di destra”, solo perché le dicono Salvini e la Lega, e non una semplice questione di buon senso, che dovrebbe travalicare gli steccati angusti e asfissianti della politica di partito. Così come solo gli insensati della destra possono accusare PD e sinistra di ricercare un “bacino di elettori nuovi”, quando è evidente che si muovono per una, magari malintesa, preoccupazione di umanità e il calcolo politico dovrebbe piuttosto consigliare loro di stare lontani da un tema controverso.

Da un punto di vista politico, è comunque chiaro che una questione di tale rilevanza deve essere discussa a fondo in Parlamento e decisa con una maggioranza ampia (ed eventualmente confermata per referendum popolare). Bene ha dunque fatto il Premier Gentiloni a dichiarare che non ci sono attualmente le condizioni per approvare la Legge prima della pausa estiva e a rimandarne dunque l’esame a settembre, e bene fa il PD renziano a sostenerlo, anche se personalmente ritengo che il tema dovrebbe essere rimesso al Parlamento che uscirà dalle prossime elezioni.

Solo un insensato del calibro di Roberto Speranza, e i suoi velleitari amici, possono tacciare di “concessione alla destra” quella che è una semplice constatazione di buon senso del Presidente del Consiglio. Oggi come oggi, lo jus soli divide l’opinione pubblica e vede affrontarsi  non soltanto maggioranza e opposizione, ma pezzi della stessa maggioranza che regge il Governo, con grave rischio di crisi per quest’ultimo, cioè l’ultima cosa di cui l’Italia ha bisogno in questo momento. E francamente, le sorti del Paese, piaccia o no agli on.li Speranza, Bersani e via dicendo,  sono molto più importanti della condizione di persone, che alla fine troveranno una soluzione, che mi auguro sia giusta, umana e ragionevole.

©Futuro Europa® Le immagini utilizzate sono tratte da Internet e valutate di pubblico dominio: per segnalarne l’eventuale uso improprio scrivere alla Redazione

Print Friendly, PDF & Email
Condividi

Sii il primo a commentare su "Jus soli, il rinvio"

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non sarà pubblicato


*