La risorsa Gentiloni

Prima di diventare Ministro degli Esteri nel Governo Renzi, Paolo Gentiloni era un politico poco conosciuto dal grande pubblico. Io lo ricordavo per averlo ricevuto a Buenos Aires anni prima nella sua qualità di Assessore al Turismo del Comune di Roma. In quell’occasione avevo apprezzato la sua semplicità e la sua signorilità, del resto non casuale. Con lui avevo parlato del “Patto Gentiloni”, che all’inizio del Secolo XX aprì la strada alla partecipazione dei cattolici nella vita politica italiana. Quel Patto, che prendeva nome da un suo parente, il conte Gentiloni, era stato firmato, per la Terra di Bari, in casa di una mia prozia molto impegnata su quel fronte e cattolica fervente e devotissima (quando non poté, per l’età, scendere e risalire le scale del suo palazzo cittadino per andare alla Messa, e non essendovi più sacerdoti disponibili a venire a dire la Messa in casa, dove esisteva, come nelle case signorili di allora, una piccola cappella privata, aveva ottenuto dal Vescovo la dispensa di assolvere al precetto domenicale ascoltando la Messa per radio).

Ritrovatosi un po’ per caso a capo del Governo, quelle doti di semplicità e di signorilità, Paolo Gentiloni le ha ampiamente dimostrate, assieme a una capacità di fare quietamente ed efficacemente il proprio lavoro, senza demagogia o scatti di orgoglio, ma con rassicurante tranquillità. La gente queste cose le sente, e non mi ha stupito affatto leggere che, nei sondaggi sulla popolarità dei leader politici, il Premier è al primo posto con il 42% di opinioni positive, il che, nella temperie italiana attuale, è quasi un miracolo, favorito certo anche dalla ripresa economica in atto, ma soprattutto dal suo stile assieme efficace e lenitivo dei contrasti. Siamo abituati purtroppo a capi e capetti che fanno teatro, che lanciano invettive o battute, che sembrano concepire la politica come una rissa perpetua. Gentiloni non è tra questi. Istintivamente desta fiducia e a pochi in realtà spiace pensare che resterà al timone del Paese per vari mesi ancora.

Cosa accadrà dopo? Di quello che penso dei vari Grillo, Salvini, Berlusconi (in ordine di demerito), Bersani, d’Alema, credo di averlo detto a sufficienza. Mi stupisce un po’ veder rispuntare Romano Prodi, un amico a me caro ma che ha avuto due volte la possibilità di essere lo statista capace di portare avanti il Paese e ha fallito, certo non del tutto per sua colpa, ma un po’ anche per sua responsabilità. Per Matteo Renzi, come sa chi ha la pazienza di leggermi, ho provato una simpatia non priva di riserve. Ne ho indicato i successi e deplorato gli errori madornali. Ora lo vedo come inacidito, reso amaro e aggressivo dagli attacchi non tutti giusti che non gli risparmiano gli avversari interni, dal fatto che la sua guida consacrata nelle primarie è rimessa in discussione.

Dopo le elezioni amministrative, tutto è in salita. Quanto a Enrico Letta, che alcuni considerano una buona “réserve de la République”, confesso tutto il mio scetticismo. Non ha governato male, in un periodo dei più difficili, è paziente e il contrario di una demagogo, ma la maniera risentita e dispettosa con cui ha lasciato Palazzo Chigi non ne fa un elemento di unione.  E di unione il centro-sinistra mi pare abbia un grande bisogno. Chi può realizzarla e assicurare al Paese una guida efficace e moderata? È vero che in democrazia la guida deve andare al di là di una sola persona, ma il ruolo e la figura del leader restano importanti, come ci insegnano i casi di Macron, della Merkel, di Kohl.

In un panorama attuale così povero di figure capaci di riscuotere consensi ampi, Gentiloni, specie se riuscirà a gestire degnamente il problema dell’immigrazione, oggi forse il più pressante per l’Italia, resta a mio avviso una risorsa che è da sperare non venga bruciata sull’altare dei personalismi nefasti.

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