Uomini dell’anno

Se dovessi scegliere gli “uomini dell’anno”per il  2016, eleggerei per l’Italia il Presidente Mattarella, per il mondo Wladimir Putin.

Mattarella ha svolto il suo mandato con discrezione, dignità e senso delle istituzioni. Il suo discorso di fine d’anno è stato, a mio avviso, esemplare. Non ha, lo sappiamo, poteri esecutivi, non governa, non può indirizzare né la politica economica né (fino a un certo punto) quella estera. Può solo esortare, consigliare dietro le quinte, vigilare. Le sue sono spesso, come le definiva Luigi Einaudi, “prediche utili”. Eppure il suo ruolo è fondamentale. In certi momenti, è lui il baricentro delle istituzioni, quello che può dare alla politica un corso ragionevole e corrispondente agli interessi dell’Italia. Nella crisi seguita alla sconfitta di Renzi nel Referendum, si è mosso con ammirevole celerità e saggezza. Poteva rendersi popolare presso molte parti politiche indicendo nuove elezioni a breve termine. Ha capito che sarebbe stata una scelta sotto ogni aspetto sbagliata. Le elezioni verranno, senza dubbio, ma è bene che si svolgano con una legge elettorale sensata ed eguale per Camera e Senato. Nel desolante panorama della nostra classe politica, Mattarella è stato in definitiva il riferimento ultimo, quello che agli occhi della gente rappresenta lo Stato nei suoi valori e interessi complessivi.

Wladimir Putin, che ovviamente può piacere o no, ha messo a segno nel 2016 vari successi, affermandosi come protagonista nella vicenda siriana, la cui soluzione non può che passare per le sue mani. La mossa di cercare un’asse con la Turchia, superando i risentimenti provocati dall’abbattimento di un aereo russo dalla contraerea turca, è stato un colpo da maestro. Sostenendo Assad contro tutto e tutti, si è certo reso corresponsabile della tragedia di Aleppo, ma ha mostrato che la Russia è un alleato fedele, stabile e che ha ritrovato la sua potenza militare. Qualsiasi nuovo assetto del Medio Oriente non potrà che vederlo come co-protagonista. Va  detto anche che, nella situazione ucraina, una volta digerita la Crimea, ha evitato colpi di testa e, nell’insieme, mi sembra abbia operato per un accordo pacifico. Nella vicenda dell’espulsione dei diplomatici russi dagli Stati Uniti, ha avuto una reazione di una moderazione e intelligenza notevoli. Ha  avuto anche fortuna: coll’elezione di Donald Trump (che a mio avviso, in quanto a qualità diplomatiche e di statista non gli arriva alla caviglia) ha trovato un interlocutore aperto a un accordo. Il mio è un giudizio tecnico e freddo, che giudica le sue indubbie qualità politiche, non di valore o di consenso per la sua strategia a lungo termine. Non credo che egli possa abbandonare questo disegno, che mira a stabilire la Russia come una potenza influente in Europa, o almeno nei Paesi dell’Est che fecero parte del Patto di Varsavia. Non credo che perseguirà questo disegno con la forza. Non è Hitler, né Stalin. Non è un giocatore di poker, ma un giocatore di scacchi che unisce pazienza, abilità, capacità di individuare il momento propizio e le debolezze dell’avversario, ma anche di dare scacco matto con mosse che paiono e sono audaci.

Se veramente Trump darà attuazione alla sua politica di relativo “disengagement”, Putin diverrà un interlocutore ineliminabile dell’Europa ed è sperabile che gli europei mantengano e rafforzino la loro solidarietà e l’Unione agisca come un solo blocco, perché solo così ha le dimensioni  necessarie per far fronte alla sfida. Presi uno per uno, i Paesi europei  (Italia in testa) sarebbero fragili ed esposti al vento di Mosca. Perciò, ogni becero tentativo di colpire l’Europa, è un puro suicidio.

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