La strage di Dacca

Quando si tratta del terrorismo islamico, poco importa che venga dall’ISIS o da Al Qaeda – i quali si contendono la supremazia su questo tenebroso mondo di cieco fanatismo e odio – l’orrore non ha  mai fine, si riproduce e si moltiplica come un’Idra dalle cento teste. Odio cieco, distruzione, terrore, senza giustificazione possibile e senza scopo, fuori della  bestiale soddisfazione di uccidere, perché il mondo non islamico (e non sunnita) conta su miliardi di persone, su risorse economiche e militari immense e ad ogni attentato criminale cresce la sua consapevolezza del pericolo e la sua determinazione a farvi fronte.

Pensare di distruggerlo in questo modo è pura follia. Resta solo il martirio di vittime innocenti e incolpevoli, che non hanno alcuna responsabilità rispetto ai supposti torti dell’Occidente nei confronti dell’Islam. Invano perciò tentiamo di trovarvi una qualsiasi causa razionale. E’ odio puro, odio che si autoalimenta e si soddisfa da solo, indipendentemente dalle conseguenze e dai possibili vantaggi politici o altro.

Poiché tuttavia una ragione qualsiasi il nostro cervello cartesiano deve pur cercare, la sola possibile e ipotizzabile è che il preteso Califfato si trovi in grave e crescente difficoltà sul piano strategico e militare laddove aveva tentato di costruirsi una base territoriale, un vero e proprio Stato. E’ da sperare che nel giro di mesi perderà le ultime postazioni in Siria e in Iraq e non prevarrà in Libia. Però non scomparirà, questo lo abbiamo già scritto e riscritto, troverà rifugio in zone dominate dal fanatismo sunnita e quasi impenetrabili  e da lì continuerà a muoversi.  Nel frattempo, deve dimostrare di esistere e di poter colpire ancora; lo fa con la codardia propria di quella gente, sparando su gente indifesa e indifendibile. Nei Paesi occidentali, lo stato di allerta delle forze dell’ordine e dei servizi di intelligence rende l’azione più difficile, anche se, sia chiaro, non impossibile.

Ma colpire in paesi come il Bangladesh è ovviamente meno complicato. Lì i gruppi terroristici si muovono come pesci nell’acqua,  immersi in una popolazione o complice o rassegnata, e hanno di fronte a sé governi e forze dell’ordine impreparati a resistere, se non alle volte compiacenti.

C’è una possibile risposta a queste tattiche? Francamente non credo, almeno finché non ci risolveremo ad  impedire qualsiasi viaggio, a qualsiasi titolo, anche di lavoro, nei paesi a rischio, almeno fino a quando le Autorità locali non dimostreranno di saper combattere efficacemente il pericolo.

E per il resto, con tutto il rispetto che sento per Papa Francesco e la sua predicazione umanitaria ed evangelica, mettiamo ordine a casa nostra, controllando da vicino le comunità musulmane e limitandone in futuro seriamente l’afflusso, se non vogliamo trasformare le nostre citta in tante piccole o grandi Dacca.

©Futuro Europa®

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