Gran Bretagna, euroscettici da sempre

Chi ha la pazienza di leggere queste note sa che l’esito del referendum inglese l’avevo da tempo previsto (anche nelle percentuali). Questo perché gli inglesi li conosco bene, ho lavorato con loro nei cinque anni alla Cooperazione politica a Bruxelles e nei successivi cinque anni alla NATO e una cosa l’avevo chiarissima: la Gran Bretagna è un’isola, europea per civiltà ma atlantica per vocazione e fondamentalmente isolazionista e nazionalista, perché continua a vivere sulle memorie di un passato glorioso e su sogni imperiali e un presente pomposo come pochi altri al mondo. E perché amici che vivono a Londra mi avevano avvertito dell’ondata di rinnovato sciovinismo che colpiva sopratutto le classi medio-basse, sulle quali pesa l’aggravante di un’immigrazione, comunitaria ed extra, che con l’UE in verità ha poco da vedere ma complica la situazione dell’occupazione e impoverisce chi è più ai margini del mondo del lavoro. Non per caso, a votare per restare nell’Europa sono state massiciamente le classi medio-alte, i giovani, gli studenti, i laureati e, ovviamente, la City, che teme di perdere la sua qualità di centro-finanziario mondiale.

Quali saranno ora le conseguenze? Diciamo innanzitutto una cosa. La Gran Bretagna resta un alleato chiave nella NATO, sempre che Donald Trump non riesca a distruggere anche questa. Per il resto, non è facile orientarsi tra i tanti allarmismi. Quanto alla Gran Bretagna, non vi è dubbio che ne uscirà perdente, sia sul piano economico-finanziario che su quello politico-internazionale. È spiacevole, perché una possibile recessione in Inghilterra tocca anche il resto del mondo. Ma se la sono voluta loro e quindi amen! A noi devono interessare le ricadute sull’Europa e in partciolare sull’Italia. È in corso una forte turbolenza dei mercati finanziari, che si dimostrano sempre di più di un’irresponsabilità preoccupante (difficile distinguere tra manovre speculative e veri movimenti di fondo). Non sarà la prima né l’ultima, alla fine passerà. Si teme per le nostre esportazioni, ritengo tuttavia che se una cosa qualsiasi governo inglese cercherà di preservare è la libera circolazione di merci e capitali e penso che l’UE dovrà disporsi a un accordo di libero scambio. Sarà certo più difficile per gli italiani che lavorano in Inghilterra o che pensano di andarci in futuro. In definitiva, servirà come sempre la legge della domanda e dell’offerta.

Ci saranno le ovvie turbolenze politiche, da noi e altrove, perché il Brexit dà alimento al coro assordante e scriteriato degli antieuropei. Però dobbiamo contarci e vedere, tra le forze politiche, quante restano sinceramente europeiste. Credo siano la maggioranza, ma per favore evitiamo le sirene referendarie. Non per nulla, la nostra Costituzione le esclude per le materie relative ai trattati internazionali. È bene che sia così: in una democrazia rappresentativa, non plebiscitaria, è il Parlamento che deve guidare la politica generale del Paese e il referendum dovrebbe servire solo come correttivo per eccessi o prevaricazioni della maggioranza del momento su temi che toccano i diritti e le libertà fondamentali.

Guardando oltre, è ovvio chiedersi se, con l’uscita della Gran Bretagna, l’Europa ci perde o ci guadagna.  Scontato che ci perde in forza economica e politica, sono convinto (l’ho più volte scritto) che alla fine ci guadagnerà in compattezza ed efficacia, se manterremo la calma e sapremo andare avanti alleggeriti da un peso. Tra i tanti commenti, il più illuminato, quello che condivido pienamente, l’ho ascoltato in una telefonata del Corriere con Sergio Romano. Romano non è un “politologo” ordinario. È un diplomatico di lungo corso e immensa esperienza e un uomo di una lucidità impressionante. Egli ha pacatamente ricordato che era stato sin dall’inizio contrario all’ingresso dell’Inghilterra nell’allora Mercato Comune (lo ero stato anch’io) perché essa sarebbe entrata non per fare l’Europa ma per impedire che si facesse. Questa è la verità, confermata dalla lunga storia (che in parte conosco per esperienza diretta), della partecipazione inglese all’integrazione: sempre frenante, sempre di fronda (la Thatcher ne ha rappresentato la punta sgarbata e quasi paranoica: la ricordo bene, scompostamente urlante in tanti Consigli Europei). Anche David Cameron, che ora fa la verginella violata e, con tutte le ragioni, se ne va, ha l’immensa responsabilità di aver giocato col fuoco.

Però Sergio Romano ha detto una cosa che anche condivido: ora tutto dipenderà da come reagiranno i grandi Paesi del Continente e le Autorità comunitarie,  che iniziative sapranno intraprendere per andare avanti sulla strada di una maggiore integrazione. Certo, in giro non ci sono né Adenauer, né Schumann, De Gasperi, Kohl, Mitterrand o Jean Monnet. Però la responsabilità continua a ricadere sul nucleo duro dei Paesi fondatori e quindi principlamente sulla spalle di Francois Hollande, di Matteo Renzi e soprattutto di Angela Merkel. È sopratutto a lei che dobbiamo guardare per aspettarci l’impulso superatore della crisi, anche perché qualche colpa ce l’ha (meno, per la verità, di quello che si dice). E ci dobbiamo augurare uno scatto di intelligenza delle istituzioni di Bruxelles (purtroppo non c’è più Jacques Delors). Molto può fare Mario Draghi, che ha tutti gli strumenti per attenuare l’impatto finanziario dell’uscita inglese,ma naturalmente non dispone dell’iniziativa politica.

Se questo avverrà, l’Europa andrà avanti, forse non ancora, non ora, verso un vero federalismo, che non mi sembra maturo, ma verso progressi su punti concreti, una politica che coniughi serietà di bilancio e sviluppo economico e ripristini la solidarietà perduta ad esempio in materia di immigrazione. Se questo avverrà, l’uscita della Gran Bretagna sarà stato solo uno sgradevole episodio sulla lunga strada dell’integrazione continentale. Altrimenti, può essere l‘inizio della fine di un grande ideale, un retrocesso per l’Europa intera e la sua condanna a un ruolo subalterno nel mondo, e la premessa per un futuro peggiore per i nostri figli.

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Un Commento

  • Illuminante come sempre. Ma vedo nero: perché il fatto che non ci siano più i De Gasperi, gli Schumann, gli Adenauer, non è problema da poco: è ‘il’ problema. Grave, grave, grave. Mancano grandi leader. Ma manca anche un ‘vivaio’ dove attingerli. In Europa manca del tutto una classe dirigente che metta la politica al primo posto, e l’economia al secondo: come fanno invece le classi dirigenti di alcuni Paesi che anche per questo sono ’emergenti’. Oggi, al contrario, l’Europa dell’Euro ma senza politica è il simbolo mondiale di questo paradosso. Per questo in Europa hanno successo, in uno schieramento ‘a macchia di leopardo’ che va convergendo verso una ‘tinta unita’, i populismi: che quando parlano di economia ne parlano a partire dai salari e dai posti di lavoro, non dalla finanza, e che non vedono la globalizzazione come un’occasione per chiudere le fabbriche in patria per giocare in borsa coi quattrini risparmiati. Invece, dopo l’esito del referendum britannico, il signor Juncker è corso a ‘fare appello al motore Franco-Tedesco’ mentre avrebbe dovuto farlo al senso di appartenenza ad un cammino comune dei Popoli europei.

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