Sultana, la ragazza che imbarazza Obama

Più volte minacciata dai Talebani di essere sfigurata con l’acido per aver avuto l’audacia di proseguire gli studi, Sultana, una giovane donna afghana, si è vista rifiutare il visto d’ingresso negli Stati Uniti.

I suoi genitori l’hanno chiamata Sultana probabilmente perché speravano per la loro bambina un futuro da principessa orientale. Sultana in effetti ha manifestato già in tenerissima età doti che la rendevano speciale e “diversa” rispetto alle sue coetanee. Alle elementari spiccava tra tutte, ma alla fine di quella che per noi è la quinta elementare, una delegazione di talebani si presenta a casa dei suoi genitori, commercianti benestanti del sudovest dell’Afghanistan. Il loro messaggio è brutale e diretto. Se non avessero ritirato Sultana dalla scuola, le avrebbero gettato dell’acido in viso per sfigurarla. Questo perché il posto delle bambine non è sui banchi di scuola, ma nei recinti delle abitazioni dei loro genitori, nascoste da alti muri fino a che non si combini un matrimonio alla loro altezza.

Non è il tipo di minaccia che un genitore può prendere alla leggera in un Paese come l’Afghanistan, anche se in pieno XXI° secolo. A Sultana viene quindi proibito di entrare nel collegio al quale era stata iscritta. Ribelle in erba, la bambina rifiuta il destino che le riservano regole arcaiche. Decide di andare avanti con la sua preparazione, da sola. Grazie ai giornali stranieri che suo padre porta a casa e con come unico aiuto un piccolo dizionario pashtu-inglese, impara la lingua più conosciuta al mondo. La impara così bene da riuscire, grazie al collegamento Internet di casa, a seguire dei corsi impartiti dalla rete dei MOOC (Massive Open Online Courses), lezioni online spesso tenute da prestigiosi professori.

A scoprire questa “storia” è Nicholas Kristof, editorialista del New York Times specializzato in Diritti Umani e Diritti delle Donne,  che è riuscito a parlare più volte con Sultana via Skype.  Kristof ha potuto costatare di persona il livello linguistico della ragazza, “superiore a quello di molti interpeti che lavorano in Afghanistan”. Grazie alle sue lezioni via Internet, la giovane “ribelle” appassionata di astrofisica e fisica, è potuta entrare in contatto anche con Lawrence Krauss, professore di fama mondiale di fisica e astronomia dell’Università dell’Arizona. Krauss racconta essere rimasto estremamente colpito dal livello di preparazione e dalla pertinenza delle domande di questa studentessa che non era andata oltre la scuola elementare. L’ha così messa in contatto con una sua studentessa, laureata all’Università dell’IOwa, Emily Roberts. Le due ragazze sono da mesi in continuo contatto grazie alla rete. Emily ha anche depositato, presso la sua università, una serie di documenti per capire se Sultana avrebbe potuto proseguire i suoi studi universitari negli Stati Uniti e così realizzare il suo sogno: diventare professore di fisica. Grazie a Emily è stata creata un’associazione per la raccolta di fondi che permettano a Sultana di andare in America, la favola sembra delle più belle e dal potenziale lieto fine. Proprio la Sultana che esce di casa dei suoi genitori  solo due o tre volte l’anno, completamente coperta da un burka e accompagnata da un maschio della famiglia, è a un passo dalla libertà. Non solo fisica, ma anche intellettuale.

Ma la favola si ferma bruscamente qui. Il mese scorso, l’ambasciata americana di Kabul ha respinto la richiesta di Sultana di un visto per studiare negli Stati Uniti. Come per molti studenti nelle sue condizioni e tenuto conto del suo Paese d’origine, viene considerata dalle autorità come un “potenziale immigrato”. Mentre Michelle Obama  lanciava un programma chiamato “Permettete alle ragazze di imparare”, l’Amministrazione di suoi marito continuava, e continua, a giudicare i dossier a lei sottoposti in funzione di criteri rigorosi e puramente burocratici. Per le favole e un po’ di sogno non c’è posto. Rimane un’ultima possibilità a Sultana per ottenere il suo visto: il suo dossier verrà riesaminato in questi giorni da una Commissione d’appello. Si spera che Barack Obama chieda a chi la “giudicherà” di dimostrare un po’ di comprensione. Solo così la giovane donna potrà portare avanti il suo sogno e studiare senza l’incubo di essere colpita dall’acido.

©Futuro Europa®

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