Una nuova area democratica, centrista e liberale

L’Italia soffre da molto tempo l’assenza di una reale “coesione” tra le forze democratiche, che potrebbero costituire una svolta negli equilibri socio-politici ed economico-finanziari.

Ciò che è accaduto negli ultimi tempi testimonia di un disagio politico che non è (e non può essere) ignorato dal cittadino. Definito “l’uomo della strada”, come se non avesse alcuna importanza nello sviluppo della società e delle attività produttive, della burocrazia e del pubblico impiego, il cittadino italiano ha un po’ smarrito il bandolo della matassa. Le forze moderate che si sarebbero dovute informare al principio fondamentale della tutela del cittadino in quanto tale, così come sancito dalla Dichiarazione sui Diritti Umani a Maastricht, denotano l’impegno di costruire un’Europa coesa e unita da diritti e doveri comuni e condivisi.

Ciò è avvenuto solo in parte. Il Diritto Internazionale riconosce già l’uomo come “centrale” nello sviluppo della società. In altri termini, sottolinea che la società sia costituita da un insieme di persone, ognuna con la sua identità e le sue peculiarità. Questa affermazione di principio rimane astratta se non si dovesse passare dalle parole ai fatti.

Il passaggio dalle parole ai fatti non è sempre indolore  e neppure semplice. Giuseppe Mazzini – che seppe indicare l’ideale dell’Europa Unita – trovò un invalicabile limite nei nazionalismi, che impedirono di tradurre il pensiero in fatto concreto.

Il Presidente statunitense Wilson, a sua volta, con la “sua” Società delle Nazioni, dimostrò quanto fosse chiaro il legame fra gli uomini della terra, al di là del colore della pelle, delle tradizioni storiche, dei tabù e degli ostacoli geografici e politici e patrocinando l’autodeterminazione.

La Seconda Guerra Mondiale dimostrò quanto l’ideale fosse poco significante di fronte agli appetiti imperialistici che si chiamavano “sogni”: il sogno del pangermanesimo, del panslavismo, del panasiatismo e del panamericanismo, contribuirono a replicare una guerra mondiale. Questi sogni, che agli inizi del Novecento avevano appassionato politici, pensatori, scrittori e filosofi, riapparivano come “bagliori di guerra”, vanificando i buoni propositi degli idealisti.

Quando alcuni imperialismi furono sconfitti, ne apparvero altri, ancorché più moderati e “coscienti”, e la Società delle Nazioni divenne l’Organizzazione delle Nazioni Unite, pur sempre limitata dai diritti di veto e dai comitati ristretti alle superpotenze mondiali.

Di fronte all’insensibilità mondiale allo sviluppo di una politica che riconoscesse la centralità dell’uomo, i partiti politici moderati, laici e cattolici, sia in Germania, sia in Italia, con De Gasperi e Adenauer, riscoprirono la necessità di pacificare le parti sociali, che erano andate incontro a contrasti che esasperavano la lotta di classe. La classe borghese e le ultime frange di nobiltà, per niente propense a rinunciare ai loro privilegi, facevano ancora leva sul potere economico-finanziario, promovendo le sovvenzioni alle grandi imprese e difendendo il latifondo, sinonimo di miseria economica e sociale.

Mentre le forze massimaliste di sinistra imperniavano la loro azione politica sulla lotta di classe, le forze moderate di sinistra e soprattutto quelle dell’area cattolico-popolare, che dal Partito Popolare di Don Sturzo erano passate ad un soggetto politico denominato Democrazia Cristiana, riuscirono a trovare dal 1945 al 1955 la forza di dare dignità alla parte povera della nazione italiana. Si crearono in sostanza le premesse per la ripresa economica, che non è da ricondurre soltanto al Piano Marshall, ma ad un nuovo spirito d’intraprendenza e, anche, ad una nuova volontà politico-amministrativa che faceva la sua comparsa in un’Italia che non aveva avuto pace dall’unità alla Seconda Guerra Mondiale.

Un passo del genere potrebbe aver luogo anche oggi, dopo venticinque anni (ed anche più) di Italia senza prospettive precise e con un’Europa che talvolta si rivela una palla di piombo al piede. A cogliere gli aneliti di cambiamento sono tante forze politiche, ma solo chi saprà unire le aree moderate, imprenditoriali, professionali, impiegatizie, e, soprattutto, del mondo agricolo troppo abbandonato a se stesso e senza un valido progetto di ripresa dei nostri prodotti, potrà costruire una nuova Italia.

Il Convegno tenutosi ad Orvieto dal 28 al 29 novembre u.s ed a cui hanno partecipato esponenti moderati di ogni estrazione, testimonia della necessità di dare un nuovo volto all’Italia. Il Convegno ha usato una frase apparentemente scontata: “Uniti si vince”. La frase invece non è scontata, perché fa appello a tutte le forze moderate che possano riconoscersi in un grande progetto “unitario”, come ha sottolineato il Vice Presidente dei Popolari per l’Italia, On.le Potito Salatto.

Non si tratta di un “patto di unità d’azione”, né di un “fronte popolare”. È, più che altro, un patto per l’Italia. Le nuove forze moderate dovrebbero riconoscersi in un progetto che riporti l’Italia ai principi dell’unità nazionale, che non trascuri le nuove istanze derivanti dalle immigrazioni (a condizione che siano disciplinate, rimpatriando chi non ha accesso al lavoro o per atri motivi); le improrogabili necessità di impresa, considerato il trend negativo che ha investito tutti i settori imprenditoriali, procedendo alla riapertura del credito; una disciplina fiscale più equa, partendo dalle detrazioni fiscali, come già si opera negli Stati Uniti, ed altri rimedi a quella specie di iniquità sociale a cui non si è posto rimedio. Insomma, si delinea una ripartenza dell’Italia, così come si delineò la ripartenza nel secondo dopoguerra. A tali istanze fa eco anche Papa Bergoglio, con un coraggio riconosciutogli dal mondo intero.

L’Italia, in conclusione, non potrà continuare ad essere quella di Renzi, come non potrà essere soltanto quella di Berlusconi. Un Centro che intraveda la possibilità di collaborazione con le aree moderate della Destra e, comunque, con tutti coloro che si riconoscano in un progetto ampio di ricostruzione, può dimostrarsi, ancora una volta, vincente, a condizione che si sia uniti, proprio perché “Uniti si vince”, frase che è un “atto di convinzione” del recente Convegno di Orvieto.

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