App Musei Vaticani, tra chat e crowdfunding

Città del Vaticano – “La prima app in campo culturale che associa chat istantanea, crowdfunding, e la creazione di una comunità online”. Così viene presentata l’app PATRUM, lanciata dai Musei Vaticani il 31 luglio scorso. Non solo per i donatori attivi, ma per chiunque in possesso di un dispositivo mobile di casa Apple – dove si trova la versione Android? – desideri usufruire dell’opportunità di uno sguardo dall’interno, con notizie giornaliere per “scoprire i retroscena delle collezioni dei Musei Vaticani”.

Una donazione avvale il titolo di “patrono d’argento”, mentre il finanziamento di un intero progetto di restauro – l’adozione di un nuovo “capitolo” – comporta quello di “patrono d’oro”. Ma l’applicazione si aggiunge a una costellazione di piani filantropici, che prevedono in cambio il riconoscimento di privilegi non indifferenti. Difatti, esistono già la membership, il pass previsto dalla membership universitaria, e l’apertura di un “capitolo” senza previe mediazioni di app.

Quasi il 100% delle donazioni corrisposte alimentano il fondo destinato alla preservazione, diretta dai Patroni delle Arti, una sorta di soprintendenza. Le donazioni rendono possibili interventi di restauro, progetti conservativi, l’equipaggiamento dei laboratori di restauro, l’acquisizione di opere e l’assunzione di restauratori altamente specializzati. In relazione ai “capitoli”, sono previsti incontri regolari, cene di rappresentanza ed eventi mirati al reclutamento di nuove sponsorizzazioni, con visite ai Musei Vaticani per visionare concretamente i risultati derivanti dallo stanziamento dei fondi.

Metà dei proventi della vendita dei biglietti d’ingresso entra nelle casse dello Stato della Città del Vaticano, mentre la metà rimanente copre le spese di manutenzione degli edifici, il pagamento dei salari dei suoi 800 dipendenti. Con una tariffa d’ingresso di 16 €, l’anno passato si sono raggiunti gli 85 milioni di euro; tuttavia, sembra che il denaro non sia sufficiente alle operazioni di restauro.

Sulle pagine del Guardian appare l’articolo del giornalista Jonathan Jones, il quale si pronuncia sfavorevole nei riguardi della nuova app. Rendere i restauri così social a lui non aggrada. Proprio non capisce perché i restauri degli ultimi 30 anni debbano fare tanto bene, quanto male. Nel solco, l’app dal linguaggio così alla mano, la news feed nella sezione “explore”, le storie curiose di documenti museali e dei vari patroni; con le Sue parole, la descrizione del paesaggio odierno: “Il problema del restauro è che entusiasma le persone – diviene una storia -, e in un Paese pieno di vecchi oggetti, permette alle generazioni di rendere proprio il passato, o farne uno completamente nuovo.”

Mr Jones sostiene che i restauri sono tutti questione di marketing, principalmente rifacendosi all’esperienza di restauro degli affreschi michelangioleschi all’interno della Cappella Sistina negli anni ’80, finanziata dalla rete televisiva nipponica per 2,7 milioni di lire. Si pronuncia sommo estimatore della polvere, spaventato da puliture eccessive e ridipinture. Ma Mr Jones non considera che la serie di palazzi interconnessi, culminanti nella Sistina, fondati a museo nel 1506, comprendenti collezioni di dipinti, d’egittologia, etnografiche e d’arte sacra, necessitano interventi tutt’altro che fittizi.

Ricordiamo che l’anno scorso sempre la Cappella Sistina è stata dotata ad libitum delle aziende OSRAM e Carrier di un impianto a tecnologia avanzata LED, di filtri per la polvere e il diossido di carbonio, assieme a un regolatore di temperatura e umidità. La maggior parte degli spazi museali mancano di un impianto d’aria condizionata centralizzato, che sicuramente contribuirebbe alla conservazione dell’eredità culturale e artistica contenuta all’interno dello scrigno vaticano. La lista di progetti proposti non è per nulla breve; tra gli altri, l’intervento su un arazzo realizzato in stile francese nel 18esimo secolo per la cifra di 129mila dollari, e cinque rotoli del 13-14esimo secolo ad opera del calligrafo cinese Zhao Yong che richiedono 140.979 dollari.

E non è d’obbligo essere donatori per scaricare l’app gratuita e ficcare il naso; gli strafalcioni presenti nella sezione dei commenti formulati dagli utenti non potrebbe essere più democratica – ebbene sì, l’internazionalissima app offre esclusivamente l’impiego della lingua inglese. Bisogna però creare un profilo dai dettagli personali minimi e con possibilità di caricamento di foto personale, per dunque poter interagire, attraverso commenti e chat, con curatori e utenti che hanno espresso interesse per lo stesso progetto, a favore del libero scambio di idee.

©Futuro Europa®

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