Mercato del lavoro, un punto di vista

Da quando si è insediato, il nuovo governo non ha avuto vita facile. Si è trovato davanti una situazione non solo critica, direi disastrosa. Purtroppo ha spesso usato il metodo del decreto legge per ottenere immediatamente dei risultati ed evitare il prolungarsi delle discussioni nei due rami del Parlamento.

A volte si ha l’impressione che, nonostante i proclami, parecchi non vogliano cambiare la situazione e si trincerino dietro l’anonimato del voto segreto. Ci sono stati degli interventi utili per far ripartire il nostro sistema (esempio, lo Sblocca Italia o i “famosi” 80 Euro), ma l’intervento che, a mio avviso, ha per ora più inciso nel mercato del lavoro è il decreto Poletti (riforma del contratto a termine/somministrazione, prevedendo la “acasualità”, revisione dell’apprendistato). Questo ci ha permesso di essere in linea con altri Paese Europei, purtroppo in ritardo e rischiamo comunque di perdere il treno della ripresa.

Il frizzante autunno, sfociato nel recente Job Acts, è stato poi caratterizzato da un tema ricorrente, così come lo fu nel 2012 e in anni ancor più a ritroso, che è il solito, spinosissimo, articolo 18, una vera e propria bomba, che ha aperto nuove e profonde crepe sia all’interno dei partiti, sia tra governo e sindacati, arrivando a creare una situazione intricatissima, con sbocchi ancora tutti da decifrare.

Purtroppo, però, in questi casi, la posizione politica finisce per prendere il sopravvento sulla materia del contendere, o, quantomeno, sul reale significato che questa finirebbe per avere. Sia il governo con la sua ferocia comunicativa, che i sindacati impantanati in battaglie del secolo scorso, hanno perso di vista la reale portata di questa norma, tanto nella formulazione precedente, quanto per il progetto di riforma approvato, ma non completamente definito. Attualmente, ci troviamo in una fase senza precedenti del mercato del lavoro: i salari sono bloccati e soprattutto la disoccupazione giovanile è al record storico sopra il 40%.

Ma se anche così fosse, e l’articolo 18 si rivelasse la chiave per il ritorno all’era della prosperità, siamo così sicuri che quei dati, in particolare quelli sul lavoro dei giovani, muteranno qualunque sia l’esito di questa battaglia ? Solo chi è troppo anziano – o fortunato – può essere così miope da trincerarsi dietro a un simile vessillo – o, al tempo stesso, puntare tutto sulla sua distruzione. Pensare che i problemi occupazionali degli italiani, e dei giovani in primis, possano risolversi con l’abolizione o meno dell’articolo 18 rischia di spostare il focus dal piano della crescita a quello dell’opportunità politica.

L’articolo 18 non è l’unico problema delle aziende: non si assume con lo scopo di licenziare successivamente. Le risorse umane sono la forza, il motore pulsante, il vero Know-how delle aziende: dobbiamo tutelare e salvaguardare la professionalità delle persone. Le imprese chiedono flessibilità, non precarietà perché quando un’azienda assume ha tutto l’interesse a tenere le risorse valide, che sono la maggioranza fortunatamente; ma davanti a incompetenti e “fannulloni”, si deve avere la possibilità di reagire utilizzando la flessibilità delle mansioni ed il reintegro previsto all’art. 18 della Statuto che troverebbe applicazione per le sole fattispecie dei licenziamenti nulli o discriminatori.

Ritengo che ciò non incrementi i licenziamenti, ma incrementi le assunzioni. Non vogliamo togliere diritti a chi già lavora, ma dare una occasione a chi non ce l`ha, e penso soprattutto a quella metà di ragazzi del Sud che langue nella disoccupazione senza una speranza. Se “sblocchiamo” l`idea che un’assunzione sia un matrimonio a vita, sono sicuro che il mondo delle imprese risponderà al Sud come al Nord.

Sono necessarie drastiche e necessarie decisioni. Bisogna prima di tutto creare il lavoro, favorire le liberalizzazioni, aumentare il desiderio di investire nel ns paese, incentivare la ricerca e l’innovazione (e ancor di più invenzione), motore e cuore dell’Italia anche in un recente passato. E’ necessario modernizzare il nostro Paese, dando competitività al sistema,  semplificando la vita delle imprese, ottimizzando la spesa pubblica e tagliando quella improduttiva, riducendo la burocrazia e cambiando la “cultura del lavoro” collettiva e il modo degli italiani di rapportarsi al tema-lavoro, riformulare gli ammortizzatori sociali, contrastare il “lavoro nero”. La legislazione del lavoro rappresenta sicuramente un ausilio importante per favorire l’accesso al lavoro, ma nessuna legge può creare occupazione. Una buona legge può incoraggiarla e favorirla specie se l’economia è ai suoi ritmi normali.

Molto importante è anche superare la mancanza di coordinamento tra soggetti pubblici e privati, unificando quelli esistenti per favorire l’incontro tra domanda ed offerta di lavoro, grosso cruccio del nostro paese. Inoltre, se si vuole veramente dare una mano alle imprese, sarebbe il caso di ridurre davvero il costo del lavoro, in modo da rendere più conveniente le assunzioni (riducendo inoltre le tipologie contrattuali attualmente esistenti), passare da una retribuzione basata sull’anzianità e sugli automatismi ad una più collegata al merito ed ai risultati aziendali. In questa direzione, si dovrebbe dare la possibilità alle azienda di remunerare i dipendenti in modo più utile e economico, andando oltre il mero aspetto monetario, favorendo e incentivando anche le politiche di “company welfare”.

©Futuro Europa®

[NdR – L’autore di questo contributo è Direttore Risorse Umane di VHIT S.p.A. Bosch Group]

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