Scandali e voto

Le reazioni che mi giungono da amiche e amici dopo l’ultimo scandalo romano rappresentano un sentimento di indignazione generalizzato ma, temo, sterile. Chi mi scrive pare giunto alla conclusione che la politica in Italia sia irrimediabilmente guasta, che il malaffare e il malcostume infettino tutti i partiti e quindi da ora in poi non serva votare, anzi, astenersi sia il solo atto di protesta possibile e valido.

Reazione comprensibile, di fronte a tanto ripetuto schifo, ma – è inutile dirlo – profondamente sbagliata. Chi non va a votare fa sí  che sia solo una minoranza di professionisti della politica a decidere le sorti di tutti e lascia via libera proprio a quei mali che si voglioni esorcizzare. Chi non vota fa danno a sé stesso e alla società, non al sistema che si vuole emendare: meno  gente vota e più il sistema diventa impunemente autosufficiente. È tanto difficile capirlo?

D’accordo, diranno i miei interlocutori, ma votare per chi, se tutti sono uguali? Rispondo: non è vero, non tutti sono uguali. Io forse mi faccio illusioni, perché appartengo a una generazione che, anche per diretta esperienza familiare, ha conosciuto una politica pulita, la politica di De Gasperi, Einaudi, Malagodi, Martino, Saragat, La Malfa, Scelba, Pella, Moro e, se mi è permesso citarlo, parlamentari e amministratori locali come mio padre e tanti come lui, che entravano in politica da diverse condizioni economiche e sociali, dedicavano tutto sé stessi al servizio della gente e dalla politica uscivano più poveri (lo so bene, quando mio padre è morto, dopo 21 anni di Senato, vari anni di Amministratore comunale e membro del Governo, alla famiglia ha lasciato ben poco: consumato sia il patrimonio familiare sia i suoi guadagni di avvocato; scoprimmo che pagava di tasca sua l’affitto delle sedi della DC nei cinque comuni del suo collegio pugliese). Chi puó dimenticarsi di personaggi che hanno avuto in mano il Paese e le cui vedove per vivere hanno dovuto ricorrere a una pensione dello Stato? In tutti i miei anni di servizio pubblico, accanto a fior di ladri e di furbastri (in politica, nell’Amministrazione e anche tra i privati)ho conosciuto per fortuna anche tanti onesti, che non si sentivano affatto ingenui o fuori di posto per il fatto di esserlo. Questi ci sono ancora, in alcune parti politiche forse più che in altre, ma ci sono. Astenersi dal voto significa punire anche loro, che con il malaffare non c’entrano, e lasciare il campo libero ai profittatori di ogni pelo e colore. Il voto è l’arma principale per punire la triste genia del malaffare. Rinunciarvi per una sorta di sfiducia universale è il classico sacrificio di Origene e rende vana e alla fine superflua l’indignazione che si rovescia a ondate in presenza dei tanti scandali. Perché non basta indignarsi, mugugnare, inveire, se poi non si fa quello che la gente finora non ha sempre fatto: mandare a casa i ladri. Vogliamo dircelo sinceramente? Quante volte i ladri, i corrotti e i corruttori sono stati tollerati, osannati e rivotati? Quante persone indagate circolano ancora nei palazzi della politica?

Un’ultima,essenziale, notazione. La  “esecranda fame dell’oro” che porta alla corruzione è purtroppo un tratto della natura umana, forse ineliminabile, ma che va combattuto con tutta la forza della legge. Le nostre leggi in materia non sono ancora del tutto adeguate (certe parti politiche hanno sistematicamente bloccato il loro adeguamento) ma le norme penali esistono, ed esistono  controlli amministrativi e contabili. Questi alle volte non funzionano, perciò è importante che sia garantito il pieno funzionamento del limite ultimo, quello della Giustizia penale. Questo non è dappertutto scontato (ci sono luoghi del mondo  in cui chi indaga il potere è ostacolato e perseguito, e questo in genere avviene in quei sistemi in cui la Magistratura inquirente dipende dal potere politico o dalle sue direttive, come si è rischiato in Italia con la riforma Alfano).  Ma in Italia abbiamo una Magistratura che, con tutti i suoi difetti, fa il suo mestiere e lo fa, salvo certe deviazioni che sanno di “partito preso” politico, senza guardare in faccia a nessuno. Di questo se ne sono avute abbondanti prove in questi ultimi anni (basta ripercorrere mentalmente tutti i processi avviati contro esponenti di partiti di quasi tutto l’arco politico). Ed essa dispone di efficaci strumenti di indagine, tra cui le intercettazioni , senza le quali una metà o più dei casi di corruzione resterebbero ignoti  o impuniti. Contro le intercettazioni ci sono state in passate bordate di attacchi, non tutti disinteressati; è certo che la loro diffusione a mezzo stampa viola fondamentali diritti di riservatezza (specie per quelli che sono tirati in ballo ma con i fatti non c’entrano niente) e questo eccesso va rigorosamente corretto, senza che per questo si gridi alla libertà d’informazione violata. Ma attenti a non buttar via uno strumento prezioso con la ragione (e magari con la scusa)  che alle volte eccede i suo limiti. Li eccede, sì, ma se vi rinunciassimo, avremmo – classicamente – buttato via il bambino con l’acqua sporca.

In conclusione: malaffare  e corruzione sono fenomeni orrendi, nei quali purtroppo l’Italia risulta ai primi posti in Europa, ma rassegnarvisi sarebbe colpevole. Reagire si puó e si deve: con l’azione della Giustizia, ma anche con la pubblica riprovazione che si manifesti in modo concreto votando per mandare a casa i ladri e mettere al loro posto le persone perbene.

Per questo abbiamo invocato che, essendo uscito di scena Alemanno, Marino si facesse da parte. Pare che non ne abbia nessuna intenzione e temo che si dovrà attendere un po’ per tornare a votare. Male, e ha torto Renzi quando dice che “un selfie” non è corruzione.  Non lo è, si capisce, ma nel caso c’è parecchio di più di una foto occasioonale con Buzzi. E dai tempi della moglie di Cesare, anche le apparenze contano.

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