Patto di Stabilità e Crescita, cos’è

Il Patto di Stabilità e Crescita (PSC) o Stability and Growth Pact, nasce embrionalmente con il Trattato di Roma del 1957 che prevedeva l’eliminazione dei dazi doganali, una tariffa doganale unica esterna, comuni politiche agricole e dei trasporti, un Fondo Sociale Europeo, e la cooperazione nello sviluppo fra gli stati membri.

La parte monetaria ed i relativi parametri trovano dettagliata definizione con il Trattato di Maastricht del 1999. Qui viene decisa la nascita della Banca Centrale Europea (BCE) e del Sistema delle banche centrali (SEBC) che avrebbero coordinato e gestito la transizione dalle valute nazionali alla moneta unica dell’euro. Per arrivare a tale risultato era necessario armonizzare le diverse politiche e modalità di compilazione di bilancio degli stati membri. Vennero quindi stabiliti in questa sede una serie di parametri di convergenza che tendessero ad una omogeneizzazione tra i vari firmatari. Questi vennero normati con il famoso rapporto tra deficit pubblico e Pil non superiore al 3%; rapporto tra debito pubblico e Pil non oltre 60% (esentati Belgio ed Italia);  tasso d’inflazione non superiore al 1,5% rispetto a quello dei tre paesi più virtuosi; tasso d’interesse a lungo termine con soglia al 2% sempre tenendo conto delle media degli stessi tre paesi. Parte pregnante dell’accordo era l’istituzione di sanzioni correlate a procedure d’infrazione nel caso di mancata ottemperanza di quanto disposto. Tali sanzioni si articolano in 3 fasi, prima un warning, poi una Raccomandazione, infine la sanzione monetaria vera e propria. Nell’applicazione pratica due sono i pilastri che reggono il PSC, una fase preventiva che obbliga i paesi membri a presentare il programma di stabilità e di politica fiscale ad inizio anno, ed una correttiva attuata tramite la procedura per disavanzo eccessivo.

Gli Obiettivi di Medio Termine presenti nel Patto tendono al raggiungimento di un target di bilancio in equilibrio, riducendo nel contempo la discrezionalità del singolo paese riguardo le politiche fiscali. In particolare si vuole evitare che un paese a forte indebitamento, arrivato al punto di non poter più finanziare il deficit con l’emissione di titoli pubblici, ricorra alla Banca Centrale inducendola a stampare moneta con il risultato di andare ad aumentare a dismisura il flottante monetario in circolazione alimentando, così, una spirale inflattiva. La principale critica al patto è invece di essere particolarmente rigido in periodi recessivi e troppo flessibile in quelli positivi. Inoltre viene osservato la sua ridotta valenza se parametrato solo su un singolo anno e non  tutto un ciclo economico. Questo ha portato l’Ecofin ad approvare una riforma del PSC . I massimali del 3% e del 60 % sono state mantenuti, ma la decisione di dichiarare un paese in deficit eccessivo può ora contare su alcuni parametri correttivi: il comportamento del bilancio corretto per il ciclo, il livello del debito, la durata del periodo di crescita lenta e la possibilità che il deficit sia legato alle procedure di miglioramento della produttività. Questo dovrebbe evitare che la rigida applicazione delle norme vada ad aggravare una già pesante situazione del paese in caso di crisi prolungata.

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