Bosnia, sboccia la Primavera?

L’incapacità del potere di rilanciare l’economia e rispondere ad un impoverimento crescente della popolazione in Bosnia, dove quasi più di una persona su due è disoccupata, sta provocando numerose manifestazioni, segno di una forte esasperazione legata ad una situazione politica caotica e ad una situazione economica e sociale che si è seriamente aggravata nel corso degli ultimi anni.

Disoccupazione, miseria, assenza di prospettive potrebbero avere virtù nascoste? In Bosnia Erzegovina, almeno, dal male potrebbe nascere un bene. Da giorni l’ex Repubblica yugoslava è scossa da manifestazioni contro la corruzione e la povertà, che qualcuno già definisce “primavera bosniaca”. In qualsiasi altro Paese, una protesta popolare nata dalla crisi economica meriterebbe appena di essere menzionata. Ma in questo Stato, martoriato tra il 1992 e il 1995 da una guerra civile che ha causato la morte di almeno centomila persone, gli eventi in corso costituiscono una doppia esclusiva. Per la prima volta dagli accordi di Dayton, che hanno messo fine al conflitto, dei bosniaci sono scesi per le strade, non per opporsi al nemico di ieri o per denunciare i suoi intrighi, ma per promuovere una rivendicazione universale: il diritto al lavoro, alla dignità e al buon governo. E per la prima volta, lo hanno fatto congiuntamente nelle due entità della federazione: la Repubblica Serba (RS) e la Federazione croato-musulmana. Sarajevo, Mostar, Zenica, Tuzla (Federazione), Banja Luka, Prijedor (RS) hanno fatto da sfondo alle manifestazioni che brandivano slogan comuni, anche se non sono mancati gli scontri e il ferimento di diverse persone. A Tuzla e Sarajevo le sedi del Governo cantonale sono state saccheggiate.

Che siano musulmani, serbi o croati, i cittadini bosniaci hanno trovato nel corso degli anni un solido denominatore comune. Le loro rispettive classi politiche sono in parte corrotte, mediamente competenti e sistematicamente inclini a giocare la carta nazionalista per favorire il voto comunitario. Le istituzioni nate all’indomani del conflitto hanno fatto il loro corso visto che nessun comportamento violento si è registrato dal 1995. Malgrado ciò, quello che era stato concepito come un meccanismo complesso, ma provvisorio, ha finito per radicarsi facendo crescere il rischio della paralisi, oggi manifesta. La transizione non è mai avvenuta. Dal 1995 la Bosnia Erzegovina va avanti con un governo centrale con turni di presidenza divisi in due entità: una per i Serbi, un per i Bosniaci e i Croati. Le decisioni politiche richiedono il consenso delle tre comunità. Un tale funzionamento rende quello del Paese quasi impossibile. Così nessuna riforma è prevedibile, perché ogni parte blocca le proposte delle altre.

Ci troviamo quindi in uno stato di inerzia e immobilismo fortissimi. Molti manifestanti poi sono persone licenziate a seguito delle privatizzazioni (avvenute soprattutto nella regione di Tuzla). Da qui la loro convinzione che la classe politica e i beneficiari delle privatizzazioni siano corrotti e impediscono le riforme necessarie al Paese. Da qui anche l’assenza di politici nei cortei. Ma i manifestanti avrebbero torto nel riservare la loro amarezza solo alla dirigenza del Paese. La Comunità Internazionale, che tanto aveva investito militarmente, materialmente ed economicamente per mettere fine al bagno di sangue, si è velocemente svincolata una volta tornata la Pace, rinunciando soprattutto ad imporre un codice etico e le riforme necessarie che aveva diritto ad esigere. Risultato: la Bosnia Erzegovina entra nel suo diciannovesimo anno di stagnazione, quando tutti gli altri Paesi nati dalla defunta Yugoslavia hanno fatto grandi passi in avanti. Soprattutto sulla strada dell’Unione Europea. La Slovenia e la Croazia l’hanno conquistata; Serbia, Montenegro e Macedonia hanno ormai lo statuto di candidato. La Bosnia invece si svuota dei suoi abitanti. Oggi sono 3,8 milioni, prima della guerra contava 4,4 milioni di anime.

Le proteste contro la povertà e il Governo preoccupano inoltre i Paesi vicini. La Croazia, la Serbia e l’Alto rappresentante internazionale sono intervenuti diplomaticamente nonostante la rivolta sociale bosniaca sia diventata abbastanza “pacifica” dopo la distruzione degli edifici pubblici avvenuti nei primi giorni di scontri. Alcune rivendicazioni dei manifestanti sono state accolte, così, i 33 manifestanti imprigionati a Sarajevo sono stati liberati e il Primo Ministro cantonale e un capo della polizia hanno presentato le loro dimissioni. Ma la rivendicazione principale, e cioè la fine del Governo federale, è stata respinta dal Governo stesso. Su piano regionale, il Primo Ministro croato si è recato in Bosnia per dialogare con i responsabili bosniaco-croati, mentre il vice Primo Ministro Serbo ha ricevuto a Belgrado i responsabili politici bosniaco-serbi, con l’obbiettivo di assicurare la stabilità delle Regioni di Bosnia a maggioranza serba. L’Alto rappresentante internazionale per la Bosnia, Valentin Inko ha invocato la possibilità di invio di militari europei se la stabilità del Paese fosse minacciata, una richiesta forse prematura e che preoccuperebbe inutilmente la popolazione che dovrebbe invece direttamente  regolare i problemi con i governi eletti democraticamente.

Il problema è che per ora non si è fatto avanti nessun leader del movimento di protesta. Bisogna vedere se nelle prossime settimane questo movimento cresce, continua e si organizza, se questa collera si trasforma in un movimento di società civile più costruttivo.

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