Lira turca in crisi, i rischi per Ankara

La crisi finanziaria turca ha radici molto forti ed è un esempio di come la moneta sovrana, tanto amata dalle frange più ignoranti del nostro Paese, possa portare al disastro. Non per niente i primi sistemi di armonizzazione come il Gold Standard e gli accordi di Bretton Woods, tendessero alla situazione ottimale di creare una moneta unica mondiale con i vantaggi di essere universalmente accettata e con una solida reputation che ne garantisse la solvibilità. Paul De Grauwe e gli altri massimi studiosi mondiali monetari hanno approfondito in maniera esemplare l’argomento. In particolare la Turchia è un paese fortemente indebitato con l’estero, il debito in dollari delle imprese turche è arrivato a 295 miliardi di dollari. Dall’inizio dell’anno la moneta turca ha perso il 25% rispetto i biglietti con i presidenti stampati sopra.

Solo a maggio la valuta turca è crollata del 17% mentre i tassi dei titoli di stato volavano al 15,1%, con ampia preferenza per i titoli a breve rispetto quelli a lungo periodo, segno del crollo verticale della reputation turca sui mercati mondiali. Replicando le parole ignoranti di Salvini e non solo, facile dire che “non si deve essere schiavi dello spread”, ma il divario continuo tra la moneta turca ed il dollaro con il contemporaneo balzo dei tassi rende molto più oneroso rimborsare i prestiti ricevuti, con buona pace dei sovranisti.

Alla base sicuramente la politica dittatoriale di Recep Tayyip Erdogan, poco incline a strette monetarie che rallentino la crescita economica, ha indotto la Banca Centrale a rinviare continuamente l’aumento del costo del denaro, fino a che lo stesso Istituto è stato costretto ad intervenire in maniera drastica portando i tassi dal 3% a l16,5% in un colpo solo. In parallelo con molti politici italiani dell’ultima ora, Erdogan ha addossato tutte le colpe ad un complotto, ai mercati, ai poteri esterni, senza considerare che i soldi vanno dove trovano reddito e sicurezza. In questo momento semplicemente abbandonano Turchia, Argentina ed anche Italia, per andare a depositarsi negli Stati Uniti di Trump. Un Trump che con la sua politica dei dazi ha pesantemente influito sui bilanci della Turchia, aumentando le barriere tariffare del 50% sull’acciaio turco, senza rendersi conto che con il cambio Lira/Dollaro a 6,83 ed un break-even a 7/7,5 il rischio di crollo dell’impalcatura finanziaria turca è più che possibile.

Le grandezze economiche della Turchia sono ai vertici negativi, riserve in valuta pregiata al 10% del Pil, bilancia dei pagamenti in forte rosso, inflazione schizzata al 11%. Le politiche autoritarie del Presidente Erdogan, lo spostamento del potere dal Parlamento direttamente a lui, la continua limitazione della libertà di stampa, portano l’affidabilità del paese ai minimi termini e gli investitori senza certezze spostano i propri asset. Non ha aiutato la mossa della Turchia di rivolgersi alla Russia per l’acquisto del sistema missilistico S-400 abbandonando le solite sponde occidentali e statunitensi, il disappunto di Washington e della NATO è stato più che evidente.

Passate le elezioni di giugno, la situazione, se possibile, è ancora peggiorata, ad agosto la valuta turca ha perso un ulteriore 7% sull’euro e l’8% contro il dollaro con la borsa scesa del 5,3%. La Banca Centrale Turca ha diramato un “whatever it takes” parafrasando il Governatore Draghi, ma con effetti lungi dall’essere gli stessi ottenuti dal Governatore della BCE, a dimostrazione di come la reputation sia oggi fondamentale. L’affidabilità della BCE come istituzione è ben maggiore di una Banca succube dei desiderata del Presidente Erdogan. Chi pensi che tutto questo poco interessi l’Italia è molto lontano dalla realtà macro-economica, nel capitale di Unicredit è presente un 6% di apporto dalla controllata turca Yapi Kredi, le perdite del nostro istituto (-2,58%) vanno a scapito di tutto il sistema paese. I dati della Banca dei regolamenti internazionali riportano che l’esposizione totale delle banche verso la Turchia è pari a 264,9 miliardi di dollari. Quelle italiane vantano crediti per quasi 15 miliardi di euro (16,9 miliardi di dollari) che salgono a 16 se si includono le garanzie. Gli istituti di credito del nostro Paese vengono dopo la Spagna (71 miliardi), la Francia (33 miliardi), la Gran Bretagna (16,5) e gli Stati Uniti (15,6) oltre alla Germania (14,8). Da segnalare anche il Giappone con 12 miliardi di esposizione.

La perdita di fiducia degli investitori esteri nella Lira turca è tale che Moody’s ha declassato nuovamente il rating delle maggiori 20 imprese del paese. Per frenare la fuga dei capitali servirebbe una forte stretta sui tassi, ma Erdogan non pare intenzionato a dare il via libera al Governatore Murat Cetinkaya. Come si possa uscire da questa situazione appare quanto mai incerto, l’inflazione è salita ora al 15,85% con i tassi al 17,75%, nelle casse turche restano 48 miliardi di valuta pregiata a fronte di 77 miliardi di dollari in titoli a scadenza nel prossimo anno. La caduta di fiducia verso la Turchia pone molti dubbi sul rifinanziamento del debito.

Una soluzione avanzata, forse più teorica che praticabile, sarebbe introdurre in Turchia il “Gold Exchange Standard”, collegando l’emissione di valuta alle 582 tonnellate di oro detenute dal paese (11° al mondo); ridando valore alla Lira turca. Ma prescindendo dal fatto che tale sistema è stato abbandonato da decenni, le stamperie di moneta ‘sovrana’ hanno lavorato talmente tanto negli ultimi dieci anni, arrivando a quintuplicare il flottante, che forse nemmeno questa soluzione sarebbe efficace.

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