Pipino, il veneziano ex “ladro gentiluomo”

La storia di Vincenzo Pipino, “Encio” per i compagni, il “ladro gentiluomo” della laguna di Venezia, piace e incanta tutti. Peccato che però da trafugatore di opere d’arte e gioielli sia passato al commercio di droga e alla clonazione di carte di credito. Ma nella sua mente la fiaba di cleptomane onesto non si è spezzata e continua a raccontarla, a scopo di difesa legale o editoriale.

Pipino si è valso 300 denunce, una quindicina di condanne, con 3 casi in flagranza di reato, un’evasione dal carcere in Svizzera, per 3 mila furti, tra musei e abitazioni private, 50 in gioiellerie. All’età di 71 anni, ha alle spalle 26 anni di prigione in giro per l’Europa; al momento, è al carcere di Padova e lo aspetta la sorveglianza speciale tra 10 anni, una volta rilasciato.

Di padre pugliese, Pipino è nato in Calle Malatin nel Sestiere di Castello, a Venezia, da cui poi si è mosso negli alloggi popolari di Sacca Fisola alla Giudecca. Pur essendo Castello adiacente a San Marco, non è zona ricca. “Casteo” (Castello), forse ha davvero segnato Pipino sin dalla nascita. Tra  condizioni difficili e l’espulsione a 6 anni da scuola, compiva furti già a 8 anni e a 14 anni, divenuto perseguibile dalla legge, nulla lo potè più salvare dal carcere minorile.

Negli ultimi anni, incoraggiato dall’amico professore padovano, Toni Negri, incontrato a Rebibbia (1997-98), si è dato alla scrittura. Ha pubblicato due libri. Il primo, degno di nota, s’initola “Rubare ai Ricchi Non È Peccato”, in cui racconta le proprie peripezie in grande stile. Pipino si racconta come “ladro onesto”, un ossimoro. “Encio” non ha mai esportato da Venezia le opere d’arte rubate; le ha sempre conservate intatte e riconsegnate, spesso in cambio di favori da parte della polizia e riscatti. Si è fatto un giro per i maggiori musei veneziani, passando 2 volte in un anno per la Collezione Peggy Guggenheim. È stato l’unico a riuscire a centrare un colpo a Palazzo Ducale nel 1991 su commissione della Mala del Brenta.

Si riconosce nella figura di Robin Hood: ruba ai ricchi che hanno rubato a loro volta, con l’eccezione che il povero è egli stesso. Non ha a che fare molto con questioni politiche. Negri dice di lui: “Mi piace il suo racconto quando spiega che i ricchi non meritano lo splendore della Città: nei palazzi ci sono quadri con la polvere, pochi li guardano e sembra che le stesse opere desiderino andarsene”.
Pipino recita un po’ la parte del Nino Manfredi in “A Cavallo della Tigre” (1961). È il ladro buono, l’individuo alle strette, finito in carcere per simulazione di reato, che evade limando il soffitto. Perché Pipino è il ladro della “banda del buco”, il buco riparato attraverso un restauro ambientale immediato; il ladro che scappa in gondola; il ladro che cammina sui copi e si cala dal soffitto; il ladro che rimane affranto nel vedere le condizioni in cui versano i palazzi dei sióri, i benestanti veneziani.

Nel mezzo di questa “fiaba”, Pipino avrebbe potuto essere un ladro nell’ultimo periodo della Serenissima, il più fastoso con all’orizzonte lo sfacelo imminente, e allora forse avrebbe trascorso la propria detenzione presso il Carcere dei Piombi (dove si era nascosto in attesa del colpo a Palazzo Ducale) e avrebbe visto per l’ultima volta il cielo aperto percorrendo il Ponte dei Sospiri per venire giustiziato (non, invece, procedendo a ritroso verso il colpo nella Sala dei Censori).

©Futuro Europa®

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