Gli Stati Uniti contro il mondo
Dopo gli orrori di due guerre mondiali, i vincitori del ‘45 vollero affermare il principio che i colpevoli dei crimini più efferati avrebbero dovuto essere giudicati per la loro condotta personale. Furono gli Stati Uniti a volere più degli altri Alleati che i criminali nazisti fossero portati a giudizio di fronte a un tribunale. Non a caso il processo di Norimberga venne considerato il giudizio dei vincitori sui vinti, non un esempio di giustizia. Il motivo era semplice, venivano giudicati e condannati attori certamente di crimini efferati ma in base a norme create dopo quei fatti e da un tribunale che prima non esisteva.
Con la decisione ora degli Stati Uniti di sottoporre a sanzioni la Corte penale internazionale viene capovolta una logica di giustizia e di equità che si voleva affermare definitivamente correggendo le lacune dei processi contro la nomenclatura hitleriana.
La Corte penale internazionale, che ha sede a L’Aia, è stata istituita sulla base dello Statuto di Roma. Questo accordo, oggi ratificato da 125 paesi, enumera le norme e crea il giudice che ha giudicato e dovrà giudicarne la violazione, prendendo in considerazione solo i crimini più efferati come il genocidio, i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra, l’aggressione a un altro Stato. Lo Statuto è così diventato il monito rivolto al mondo intero secondo il quale non si sarebbero potuti più compiere quegli atti ignorando le responsabilità che gli autori si sarebbero assunti di fronte alla comunità internazionale.
Nei quasi 25 anni dall’entrata in vigore dello Statuto, la Corte ha trattato casi ed emesso sentenze per crimini di guerra, tra cui l’arruolamento di bambini-soldato, e per crimini contro l’umanità includendo anche casi di distruzione del patrimonio culturale. Sono tutte sentenze che hanno coinvolto paesi africani dando comunque la percezione del ruolo della Corte.
Quando la Corte ha avviato indagini su Putin e Netanyahu (ma anche sui vertici di Hamas) la portata della sua giurisdizione è apparsa più chiara e ha determinato l’immediata reazione di Washington che per solidarietà con Israele contesta le accuse per gli stermini a Gaza. Due settimane fa alle Nazioni Unite, Trump aveva minacciato misure contro la Corte. Evidentemente erano già pronte.
Quando coraggiosamente il comitato del premio Nobel di Oslo ha annunciato l’attribuzione del premio per la pace a Navi Pillay non ci sono state più remore a colpire l’istituzione che meglio rappresenta gli ideali della vita e dell’impegno della vincitrice. Le sanzioni, che fino a ora erano rivolte a singoli giudici, colpendo tutta la Corte appaiono il ripugnante segnale mirato a calpestare l’idea che la giustizia è frutto della legge e ad affermare il primato della forza. Purtroppo, gli effetti saranno paralizzanti per la Corte e riveleranno ancora una volta come Donald Trump riesca tristemente ad allinearsi a una schiera di paesi – tra cui Russia, Cina, Arabia Saudita, Iran, Corea del Nord, Cuba, Nicaragua, Libia, Bielorussia – che la avversano e non sono proprio campioni di legalità e democrazia. Bene hanno fatto al G7 (senza gli USA), Olanda e Danimarca a elevare fermamente la loro voce a sostegno della Corte. L’Italia non si è tirata indietro, l’UE ha espresso critiche ferme a Washington. Altri paesi dovrebbero aggiungersi; certamente chi crede nella giustizia basata sul primato della legge e nella democrazia.
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