Peshmerga e curdi

Lo confesso: vedere i peshmerga curdi che danno qualche buona legnata agli jihadisti mi fa piacere. E che gli Stati Uniti li sostengano con i loro raid aerei mi pare giusto. E sono rispettosamente in disaccordo con Papa Francesco quando dice che è “lecito fermare l’aggressore ingiusto” ma “non con la guerra e i bombardamenti”. Perdoni l’irriverenza, Santità: ma me lo sa dire come si ferma l’aggressione armata se non con le armi? Con le risoluzioni dell’ONU? O con le veglie di preghiera?

Il fatto è che i combattenti curdi sono oggi in prima linea per “fermare” la ferocia che minaccia il mondo civilizzato, tra cui migliaia di nostri fratelli cristiani e la stessa Roma, se dobbiamo dar credito ai deliri di Alí Baghdadi. Lo fanno per difendere sé stessi, non noi, si capisce. Il cosiddetto Califfato islamico punta infatti a stabilirsi nelle zone da loro abitate e a sottomerli a una nuova schiavitù. Ma in quelle zone si concentra la maggior parte del petrolio iracheno e iraniano e la totalità di quello siriano. Chi arrivasse a controllare quell’area avrebbe le mani su enormi riserve di petrolio e occuperebbe una posizione anche militarmente strategica, nel cuore del Medio Oriente e a ridosso di Turchia, Iran e Russia, base ideale per una rinnovata ondata di terrorismo sanguinario. Lasciamo da parte le ipocrisie abituali: il petrolio serve a tutti, noi compresi. Se venisse a mancare, o se ne aumentasse ancora il prezzo, addio economia! Della minaccia terroristica non parliamo neppure, tanto è evidente che va fermata e prevenuta. E se servono i peshmerga, ben vengano!

Ma a chi sono i curdi, questo popolo poco conosciuto, spesso combattuto  e anche negato, su cui si concentrano ora le attese e i disegni dell’Occidente? I curdi sono un antico popolo di origine indoeuropea, probabilmente discendenti dai Medi. Si sono stabiliti attorno al Secolo X prima di Cristo un una ampia area tra l’Anatolia e la Mesopotamia. Vari imperi, quello persiano, quello arabo e quello ottomano, li hanno via via sottomessi, ma mai del tutto e mai stabilmente. Parlano una lingua propria, il curdo, sono musulmani ma piuttosto “laici” e ospitano nel loro seno ampie comunità di cristiani e di yazidi (una religione antica e complessa, derivante dallo zoroastrismo) contro cui si accanisce ora la ferocia degli jihadisti.  Sono un popolo guerriero come il più illustre di loro, Saladino, vincitore dei crociati. Sono attualmente circa 24 milioni e da più di un secolo si battono per ottenere l’indipendenza nazionale, puntando alla creazione di uno Stato curdo in tutta l’area che porta il nome di Kurdistan (per ora, un’espressione geografica, non politica).

Ma il Trattato di Losanna del 1923, che rimaneggiò l’intero Medio Oriente secondo i disegni di Francia e Inghilterra (con scarso riguardo ai sentimenti nazionali) li divise tra Irak, Iran, Turchia, Siria e, in parte più ridotta, Armenia a quel tempo sovietica. Questa decisione fu fatale per la loro ricerca di indipendenza. A combatterla erano ora cinque Paesi, tra cui due potenze militari di prima grandezza, Turchia e URSS. Ma essi non si piegarono. La loro lotta continuò, sotto la guida di capi carismatici come il famoso Barzani, ricorrendo anche al terrorismo, specie nei confronti della Turchia. Saddam Hussein represse il movimento curdo con mezzi di estrema brutalità (usando anche gas e armi chimiche). Ma la Turchia non è stata finora da meno, massacrando guerriglieri e distruggendo migliaia di villaggi curdi.  È una posizione ciecamente intransigente: ci ricordiamo quando, al tempo del governo D’Alema, un leader curdo, Ocalan, ricevette una forma di asilo in Italia, scatenando ira e rappresaglie turche? Arrivarono a boicottare persino i nostri innocenti spaghetti! Solo dopo la caduta di Saddam Hussein, grazie all’appoggio americano, i curdi ottennero finalmente la creazione di uno Stato autonomo federato in Irak. Ma altrove, specie in Turchia, restano combattuti e perseguitati.

Ora l’Occidente li tratta da amici e alleati ( “il nemico del mio nemico è mio amico”) e li sostiene  con raid aerei e armi (a quanto pare, anche l’Italia pensa di fornirne, cedendo gli stock confiscati in Bosnia). È la sola strategia possibile, perlomeno finché il Governo iracheno non sarà uscito dal caos e non avrà condotto una controffensiva efficace. Apro una parentesi di ordine domestico, ma è difficile resistere: ai grillini combattere il fanatismo islamico non piace per nulla. Il deputato  Di Battista comprende e giustifica il terrorismo; il deputato Di Stefano sentenzia che il fenomeno dell’ISIS va guardato “con calma e rispetto” (lo vada a raccontare alle migliaia di vittime della ferocia jihadista!). Il lato divertente, se fosse permesso sorridere in casi del genere, è che si è scatenata una gara di insulti tra leghisti e grillini: “schifosi,  vergonatevi, amici degli assassini” e così dicendo, con l’eleganza verbale propria ai due schieramenti.

Ma puntare tutte le carte su curdi non può essere solo una faccenda di breve termine. Se i curdi riuscissero a sconfiggere la Jihad, sia pure con l’aiuto occidentale, sarebbe poi difficile continuare a ignorare la loro richiesta di uno Stato indipendente, che potrebbe attrarre gli Stati Uniti e l’UE se diventasse elemento centrale di stabilità e di amicizia con l’Occidente in un’area vitale. Ma sarebbe un rimaneggiamento  della mappa del Medio Oriente contro cui c’è da aspettarsi la resistenza di altri Stati della Regione e soprattutto della Turchia, anch’essa alleato strategico chiave per l’Occidente in una zona-cerniera tra Mediterraneo e Medio Oriente che all’Italia  interessa in prima persona. Ma sono conseguenze che certamente sono presenti a Washington e nelle capitali europee.

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