La vera partita politica è appena iniziata

Una analisi sociologica – Se vogliamo tentare di fare su queste ultime elezioni europee una analisi sociologica mi sembra importante una prima considerazione: coloro che si sono sentiti sopraffatti dalle difficoltà, dalle disuguaglianze  e dalla crisi economica hanno confermato la loro fiducia a Grillo al fine di un cambiamento profondo, radicale, punitivo e quasi-rivoluzionario. Coloro, invece, che vogliono un serio cambiamento riformista per una politica di sviluppo e di progresso nel rispetto dei principi costituzionali (i c.d. “moderati”)  hanno “dovuto” votare Renzi in mancanza di altri riferimenti politici affidabili.

C’è poi un 45% dell’elettorato che non ha votato, ha votato nullo o in bianco perché non si è riconosciuto né nell’aggressività politica e nella sostanziale mancanza di un progetto di Grillo, né nella strategia di Renzi volta principalmente a provvedimenti isolati e d’immagine ma con promesse che non hanno mostrato una idea complessiva per un nuovo modello di società e di sviluppo.

Alla Destra (o al Centro-destra) è rimasto ben poco stante che Grillo Le ha sottratto gran parte della protesta e dell’anti-euro, e che Renzi si è appropriato di quegli elettori (“centristi”) che non amano gli eccessi e gradiscono essere rassicurati su un cambiamento rispettoso della democrazia, dell’ordine civile e dello stato sociale. Da queste considerazioni discendono alcune conseguenze.

Un elettorato “liquido” – Innanzitutto l’attuale elettorato appare instabile, direi quasi “liquido”. Non si è votato né per ideologia (destra-centro-sinistra), né per precise proposte politiche complessive. Il voto, invece, è stato fortemente influenzato da preoccupazioni, paure, rabbia, conflittualità sociale, desideri di rivalsa che hanno aperto uno scenario elettorale del tutto “nuovo” e “volatile”, che rimane tale e che non dà alcuna certezza di stabilità.

Si apre, quindi, il problema di come si comporteranno in un prossimo futuro quegli elettori che hanno abbandonato (e abbandoneranno) Grillo, che hanno votato Renzi solo per bloccare il violento “populismo”  di Grillo e coloro che non hanno votato non avendo rinvenuto nello scenario politico un partito espressione di un progetto condivisibile.A ciò si aggiunga la evidente crisi di un centro-destra apparso privo di idee e diviso tra troppi  partiti a loro volta molto spesso divisi al proprio interno. E i cattolici? L’impressione è che ambizioni personali e spinte individualistiche abbiano prevalso sull’esigenza di una ricomposizione fondata sui principi di riferimento.

Il fallimento del cattolicesimo politico – Ncd, Udc, Popolari per l’Italia hanno raccolto ben poco continuando con la vecchia prassi dell’inserimento dello Scudo crociato e del nome del presunto leader nel simbolo della coalizione. Con la conseguenza che con una platea teorica di almeno il 30% di elettori cattolici rimasti senza riferimenti politici, tale lista ne ha raccolti poco più del 10%, cioè il 4,2%. E’ chiaro che continuando così il Cattolicesimo politico è destinato a scomparire.

Possibile che dobbiamo rassegnarci al declino di quella che è stata la più grande tradizione democratica d’Occidente proprio nel momento in cui registriamo, anche nei partiti usciti vincenti dalle elezioni una sostanziale assenza di progetti con una proposta etica, economica, sociale e politica? Non possiamo accettare una politica così frammentata e priva di riferimenti ideali dove emergono (come ha ben detto Cesaremaria Glori) “le contraddizioni dell’antropocentrismo che dall’Umanesimo è giunto al relativismo etico, segno evidente della sua totale sconfitta”.

I recenti dati elettorali, dunque, sono del tutto provvisori e soggetti, da qui alle elezioni politiche, a cambiamenti anche profondi. Perché gli elettori, superato il “pericolo” Grillo, vorranno riconoscersi in un partito (o in uno schieramento) che esprima un progetto di società fondato sui principali valori costituzionali quali la partecipazione, la rappresentanza, la sovranità popolare, i diritti naturali, la dignità della persona, il lavoro, la solidarietà e la sussidiarietà.

Lo scenario politico – E’ questo uno spazio che qualcuno andrà ad occupare perché con il declino di Grillo e la provvisorietà dei consensi al PD diventa inevitabile il ritorno ad uno scenario politico-elettorale con partiti che sappiano esprimere una proposta complessiva. Anche perché le riforme istituzionali proposte (riforma del Senato e riforma elettorale) vanno in una direzione di tipo oligarchico che certamente non è condivisa dalla maggioranza degli italiani.

I cattolici, dunque, sono chiamati ad affrontare nei prossimi mesi questa situazione di precarietà che, in quanto tale, non sarà in grado di risolvere i veri nodi della crisi economica e sociale. Perché, lo ricordiamo da tempo, il tema centrale è costituito dallo scontro tra economia reale e finaz-capitalismo che richiede una maggioranza forte, perché costruita su precisi valori etici e capace di restituire alla politica la centralità smarrita. Con il rilancio di un popolarismo per una giustizia sociale contro le “disuguaglianze” e una politica fiscale che rispetti realmente i principi di cui agli art. 3 e 53 della Costituzione: forte progressività del carico fiscale, basse aliquote per i redditi minori, tassazione delle transazioni finanziarie con una Tobin Tax che le colpisca in maniera adeguata e non con le attuali, ridicole aliquote.

Finanz-capitalismo e diseguaglianze – Poiché la più grave responsabilità di questa degenerazione del capitalismo (il finanz-capitalismo) va rinvenuta nelle diseguaglianze che sono all’origine della crisi socio-economica che stiamo vivendo, crisi che non sarà superata fintanto che non riusciremo ad eliminare la sua principale causa.

Nel recente saggio “Il capitale del XXI secolo” Thomas Piketty affronta il tema delle diseguaglianze mettendo sotto accusa questo capitalismo, ma chiarendo che ci possono essere altre forme di capitalismo che consentano una politica economica di crescita e, nello stesso tempo, una redistribuzione della ricchezza tale da eliminare diseguaglianze intollerabili.

Un nuovo “capitalismo” E’ il caso dell’austerity del dopoguerra quando in Inghilterra (lo ha ricordato il grande intellettuale inglese scomparso: Tony Judt – v. “La Repubblica” del 31/05/2014 pag. 51) una legge distribuì ricchezza e reddito mediante una fiscalità progressiva che diminuì dal 56% al 43% la quota del patrimonio detenuta dalla parte più ricca dei cittadini. Con una operazione livellatrice, senza precedenti per una economia capitalista, che dette il via al boom degli anni sessanta.

Il problema, dunque, non è capitalismo sì, capitalismo no. Bensì recuperare una forma di capitalismo che non sia più egemonizzato dalla finanza e che sia compatibile con una forte redistribuzione di patrimonio e reddito affidata ad una coraggiosa politica fiscale, anziché, a misure settoriali e punitive (fra l’altro annullate dalla Corte Costituzionale) che creano scontri sociali e non danno quella perequazione di cui il Paese ha bisogno.

Economia sociale e di mercato – Si tratta, insomma, di coniugare capitalismo e mercato con i principi di eguaglianza, dignità della persona, fiscalità progressiva e solidarietà. Nel 1995, quando era al massimo l’entusiasmo per le presunte capacità del “mercato salvifico” di creare sviluppo e giustizia sociale, Ralf Dahrendorf scrisse un libro profetico (“Quadrare il cerchio” – La Terza editore) dove metteva in luce le difficoltà che il sistema capitalistico avrebbe incontrato per garantire la crescita, le libertà politiche e la solidarietà. E’ ormai chiaro che senza una politica capace di guidare l’economia, il liberismo si estremizza, occupa con le sue oligarchie finanziarie lo spazio della democrazia e accantona il rispetto dei principi di libertà e giustizia.

Dunque, è la politica che deve riappropriarsi di quella centralità che ebbe nel secondo dopo-guerra garantendo uno sviluppo grande e privo delle diseguaglianze che oggi dobbiamo registrare. Ma per raggiungere questi obiettivi la politica deve tornare a fondarsi sulla rappresentanza e la partecipazione popolare e sui valori propri della Costituzione che sono anche quelli del Cattolicesimo politico. Insomma senza una politica fondata sul “popolarismo” non c’è difesa per gli interessi popolari contro lo strapotere del Finaz-capitalismo.

Il ruolo dei cattolici nel futuro del Paese – Eppure (e questo è un segnale significativo) né Grillo, né Renzi hanno mai posto nel loro programma tale questione; che ha un fondamento etico e un obiettivo tributario rilevante perché non solo porterebbe un gettito di diversi miliardi (almeno 20 all’anno), che consentirebbe sgravi per i meno abbienti, ma farebbe emergere operazioni di evasione ed elusione fiscale.

Dunque, la partita politica è appena iniziata. L’Italia ha bisogno dei cattolici; del loro impegno morale, culturale e politico. Ma senza individualismi, personalismi narcisistici o insensati progetti di impossibili ritorni. De Gasperi non si è mai sognato di mettere il proprio nome sullo Scudo crociato!

I vecchi facciano i vecchi, contribuendo alla realizzazione di una proposta politica (una Nuova Camaldoli) e alla formazione di una classe dirigente giovane e disponibile a battersi per una Italia che rinasca su grandi valori.

©Futuro Europa®

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