Fiat-Chrysler, il mercato boccia il Piano industriale

Nel quartier generale di Auburn Hills il 6 maggio scorso Sergio Marchionne ha presentato il nuovo piano industriale di Fiat Chrysler Automobile: un piano molto ambizioso che però non è stato ritenuto credibile dal mercato a giudicare dal -11% con cui il titolo Fiat ha chiuso le contrattazioni nel giorno delle parole dell’amministratore delegato.

Nel crollo in Borsa hanno pesato i realizzi dopo il +40% del titolo nella prima parte del 2014 e soprattutto  i risultati trimestrali peggiori del previsto (una perdita netta di 319 milioni di euro, tuttavia il gruppo però conferma gli obiettivi per il 2014: ricavi di circa 93 miliardi di euro e utile netto tra 0,6 e 0,8 miliardi di euro). Inoltre il piano non ha fornito spunti speculativi come potevano essere la vendita di Ferrari o la distribuzione di dividendi (assenti per tutta la durata del piano).

Secondo il piano presentato da Sergio Marchionne, Fiat Chrysler Automobiles punta a vendere nel 2018 7 milioni di veicoli (dai 4,4 attuali) con un fatturato di 132 miliardi di euro e un utile operativo (Ebit) atteso a 9 miliardi rispetto ai 3,5 dell’anno scorso; gli investimenti saranno pari a 48 miliardi di euro in cinque anni e l’indebitamento sotto il miliardo dopo un picco di 11 nel 2015. Il marchio Fiat punta ad aumentare le vendite dall’1,5 milioni di vetture del 2013 a 1,9 milioni nel 2018: 700 mila le stime per l’Europa al 2018, le stesse cifre di oggi. L’espansione avverrà in Cina, Nord America e Brasile. Ambizioso anche il percorso di Chrysler: dovrà quasi triplicare le vendite passando da 350 a 800 mila macchine.

Passando in rassegna i marchi del gruppo, gli obiettivi rimangono molto elevati per tutti. Fra i brand che dovranno crescere di più c’è la Jeep che punta a vendere 2 milioni di auto: se si considera che nel 2013 ne sono state consegnate 732 mila, significa una crescita del 160%  per il 2018. Di queste circa 200 mila arriveranno dall’Italia e saranno prodotte a Melfi. La più grande scommessa riguarda il marchio Alfa Romeo per il quale Marchionne investirà 5 miliardi di euro e produrrà otto nuovi modelli nei prossimi cinque anni con le tecnologie e i motori che saranno sviluppati in Italia. Una scommessa per ora vinta è quella del brand Maserati che ha incrementato le vendite da 6 a 15 mila unità e il fatturato da 755 milioni a 1,65 miliardi. Il marchio del Tridente punta alle 75 mila unità. Un brand fortissimo che è una piccola cassaforte del gruppo avendo margini del 10,3%, molto sopra i livelli dei principali concorrenti.

Marchionne nel corso della sua presentazione ha tenuto a precisare che la Ferrari non è in vendita Il Cavallino vale più di quattro miliardi di euro e con 7mila macchine prodotte l’anno si riesce a mantenere alto il valore del marchio. Tuttavia si potrebbe arrivare a produrne 10 mila nel caso di un’ulteriore accelerazione nei mercati emergenti.

Gli obiettivi per il 2018 sono coraggiosi e gli analisti rimangono prudenti di fronte a certe previsioni: le sfide più grandi sono la crescita in Nord America e il rilancio di Alfa. L’obiettivo dichiarato da FCA è di sette milioni di veicoli entro il 2018 con una crescita vertiginosa in Asia, America Latina e Nord America (circa un milione di unità tra il 2013 e il 2018 a fronte di un’espansione complessiva del mercato di 1,3 milioni: di qui al 2018, quindi, Fca dovrebbe conquistare da sola i due terzi dei volumi addizionali del mercato nordamericano) che rappresenterà il 50% dei ricavi del gruppo.

Un piano industriale ambizioso, fin troppo, a giudicare dai commenti delle case d’affari ed ora spetterà a Marchionne non deludere le aspettative e centrare gli obiettivi: sarà ancora lui, come confermato da John Elkann e da lui stesso, l’amministratore delegato fino alla fine del piano. Basterà l’uomo simbolo del rilancio Fiat e della fusione con Chrysler per riuscire a realizzarlo?

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