Che ne sarà del Senato?

Il treno delle riforme guidato da Renzi non fa fermate, nel tentativo di correre spedito senza guardare in faccia a nessuno, mettendo a tacere anche quelle voci di dissenso interno al PD che da qualche tempo si fanno sempre più insistenti.

Nella fitta agenda della scorsa settimana di Matteo Renzi, oggetto della riforma è stato il tanto bistrattato Senato: dovrebbe diventare Assemblea delle Autonomie, 148 membri non eletti e senza indennità. 100 saranno i rappresentanti degli enti locali, 21 i Presidenti di Regione, 6 i senatori rappresentanti degli Italiani all’estero e 21 esponenti della società civile scelti dal Capo dello Stato. Sostanzialmente il futuro Senato sarà svuotato quasi del tutto dei poteri oggi in essere: non voterà la Fiducia al Governo ne voterà le leggi (pare, ad oggi, nemmeno il Bilancio dello Stato). Sembrerebbe che le uniche competenze affidategli possano essere in materia costituzionale ed elettorale, di trattati internazionali, di diritti fondamentali della persona e di commissioni d’inchiesta. Poca chiarezza anche sulla proporzionalità regionale in base alla popolazione. Infatti, le popolose regioni del Nord hanno già fatto presente la necessità di mettere mano a criteri di rappresentatività proporzionale di ogni territorio.

Sulla riforma intera è tornato a tuonare negli ultimi giorni anche Silvio Berlusconi. Nei vari collegamenti telefonici  ha dichiarato “inaccettabile” questa riforma del Senato, a tal punto che “tanto varrebbe abolirlo definitivamente”. Se a svolgere il ruolo di garante costituzionale oggi c’è giustappunto la Corte Costituzionale, e nemmeno la nuova Assemblea nulla potrà dire almeno sul Bilancio, è veramente necessario a questo punto lasciare in vita il ramo del parlamento? Se delle Autonomie deve essere l’Assemblea, dovrebbe avere competenze inerenti gli enti locali. Potrebbe per esempio prendere il posto della Conferenza delle Regioni e farsi portatore di disegni di legge e iniziative di carattere territoriale/regionale, potrebbe insomma essere il vero collante tra Stato ed enti territoriali.

Sta di fatto che probabilmente la fretta e la foga di Renzi nel dimostrare le proprie abilità da condottiero, possano indurre il Governo a compiere riforme a metà. Mettere mano così incisivamente alla Costituzione e alla riforma dell’architettura istituzionale dello Stato richiede ponderazione e condivisione.

Ad oggi, se la strada seguita dal Governo non dovesse subire modifiche in sede di discussione parlamentare, rischieremo di avere un’Assemblea delle Autonomie che delle autonomie non si occuperà.

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