Ritorno alla Guerra fredda?

Passano i giorni e la crisi ucraina non trova soluzione, anzi, sembra aggravarsi di ora in ora. Il pericolo è che a un certo punto sfugga di mano a tutti e si giunga a conseguenze che nessuno, al principio, forse prevedeva o voleva. È già successo, nella storia europea, e ne portiamo ancora le lontane conseguenze.  Mai come ora, dunque, si impone un misto di prudenza e di fermezza non facile da realizzare. Lo sta mostrando il Presidente Obama e lo hanno mostrato i Capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea nella riunione di giovedì scorso. Francamente, ho letto con fastidio  i commenti di qualche solone che ha accusato loro e Obama di debolezza, inconsistenza, paura. Cosa si sarebbe voluto, che dichiarassero sin da ora la guerra politica, economica, diplomatica e perché no militare alla Russia?

Nella dichiarazione letta da Van Rompuy è evidente la speranza di indurre  la Russia a più miti consigli, ma sono anche già preannunciate le conseguenze che vi sarebbero in caso contrario nei rapporti UE-Russia. Putin ha un bel dire che le minacce europee “fanno sorridere”. Se e quando saranno attuate, si accorgerà del danno che gliene verrà. Fermezza e prudenza ha mostrato anche la NATO, mostrando con opportune misure militari che è sempre preparata al peggio. Non è un bluff. Alla NATO ho passato dieci anni della mia vita e so bene di che si tratta.

Ma per ora da parte sovietica prevale nettamente l’aggressività, mentre la prudenza è quasi del tutto assente. È chiaro che lo zar moscovita è disposto a usare tutti gli strumenti disponibili per piegare la volontà di Kiev. Visto che la minaccia di sospendere il credito di 15 miliardi di dollari ha fatto fiasco per la disponibilità occidentale ad aiutare l’Ucraina, è venuta fuori quella di tagliare le forniture di gas. Un ricatto, nel tipico stile stalinista e nazista. Ma un ricatto pesante, se qualcuno non dà una mano rapidamente al Governo Kiev per pagare le forniture russe che sono vitali per il Paese. Noto di passaggio che lo strumento del ricatto è Gazprom, una compagnia di Stato che si comporta come uno strumento dell’imperialismo putiniano. E aggiungo, con dispiacere, che al tempo del Governo Berlusconi la nostra ENI fu spinta a stringere con quella compagnia rapporti di stretta collaborazione che la stampa occidentale giustamente criticò. Manifestazione di quella “realpolitik” berlusconiana  passata attraverso i baciamano a Gheddafi (“il mio capolavoro diplomatico”, disse nel 2008 il Cavaliere parlando dell’Accordo con la Libia che ci costò impegni per 5 miliardi di dollari e la fornitura di armi sofisticate), gli abbracci a Putin, le varie complicità con i dittatori kazako e azero (complicità logiche: un’inchiesta di Repubblica del 2010, mai smentita, mise in luce gli interessi del Cavaliere in certe aree petrolifere del Kazakhistan, in società con Putin). “Realpolitik” che stava costandoci l’esclusione completa dalla Libia per mano franco-britannica, se il Cavaliere non avesse dato un giro di 360 gradi, e rischia ora di costarci cara nel caso di una rottura occidentale con la Russia.

In una nota precedente ho scritto che sarà difficile evitare che la Crimea ridiventi russa. Lo penso sempre di più. Il solo modo di evitarlo, a parte una guerra che nessuno vuole, sarebbe una completa sottomissione dell’Ucraina ai diktat di Mosca. Non credo che possa o voglia farlo e certo non l’accetterebbero i milioni di ucraini che hanno fermamente manifestato la loro volontà di essere europei. Ma alla fine, la Crimea è, per storia, lingua ed animo, russa. Il 16 marzo il referendum lo renderà evidente. Potremo dire e ripetere che il referendum è illegale (però è un po’ contraddittorio affermarlo e poi chiedere la presenza di osservatori dell’OSCE). Certo che  lo è, ma vi è nell’espressione della volontà di un popolo una legittimità sostanziale che va al di là della stessa legge. Passerà in modo indolore il ritorno della Crimea alla Madre Russia? Certamente no, Stati Uniti ed UE non potranno voltare gli occhi dall’altra parte, e qualche conseguenza Putin dovrà pagarla (ho l’impressione che l’abbia già messa in conto, ma che pesi per lui meno di una vittoria strategica come la reincorporazione di un antico territorio russo). Poi le cose prima o poi torneranno nell’ordine, come tornarono dopo l’aggressione alla Cecoslovacchia, perché a nessuno conviene una rottura definitiva tra Mosca e l’Occidente.

Il rischio, però, è che neppure la Crimea basti al despota russo. Il rischio è che si lasci prendere dall’appetito e punti al distacco di altre zone dell’Ucraina (Donetsk e Odessa) o, magari, al ritorno di tutto il Paese nell’orbita russa. Se così fosse, le reazioni occidentali dovrebbero andare molto al di là delle dichiarazioni di intenzioni: sarebbe il ritorno a una guerra fredda senza la componente ideologica (non c’è più in Occidente nessun partito comunista disposto ad applaudire ciecamente le azioni moscovite), ma non per questo meno pesante.

Insomma, USA e UE hanno mostrato fin qui prudenza in dose almeno pari, se non maggiore, alla fermezza. Dipende ora da Putin, e solo da lui, che si passi o no alla fase dura. Se non mostra senso del limite, è inevitabili che ne paghi le conseguenze. E non sarà l’Occidente a rimetterci.

In una situazione del genere, di cui oggi non possiamo prevedere lo sbocco, alcune considerazioni di tipo “domestico” s’impongono, senza con questo voler ridurre una crisi mondiale alle dimensioni della nostra politica parrocchiale. La prima è che gli amici di Putin e i soci di Gazprom (Berlusconi, sì, ma non solo: che pensa in questi frangenti Paolo Scaroni?) dovrebbero riflettere su certe amicizie pericolose e magari far sentire la loro voce (basterebbe un articolo di fondo del Giornale o di Libero, così prodighi di sciocchi servilismi, per prendere le distanze dai metodi stalinisti del socio).

La seconda è che saremmo davvero impotenti, davvero insignificanti (e con noi lo sarebbe ogni altro Paese europeo, compresa la Germania) se non fossimo parte integrante di due grandi famiglie occidentali, la NATO e l’UE, le sole che hanno dimensioni e autorità sufficienti a far fronte alle minacce del nostro tempo. Anche per questo, i dissennati eurofobi di casa nostra e gli altrettanto dissennati atlantofobi delle reti sociali dovrebbero davvero essere messi all’indice della coscienza nazionale.

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