Pacchetto Energia, il Governo si prepara

Fissare gli obiettivi al 2030 di riduzione delle emissioni di CO2 e di aumento della quota di energia da rinnovabili: è il contenuto del ‘pacchetto clima-energia’, sul quale i ventotto Stati Membri dell’Unione Europea discuteranno il prossimo 21 e 22 marzo. Un confronto che si annuncia non facile per due motivi: primo, perché gli obiettivi precedentemente fissati al 2020 appaiono già mancati; secondo, perché le posizioni degli Stati europei sono divise. Causa delle differenti posizioni la grande differenziazione dei ‘mix energetici’ degli Stati Membri in un settore che prevede investimenti di lungo o lunghissimo periodo da parte delle aziende produttrici anche nel nostro Paese, periodi in confronto dei quali persino i lunghi tempi di programmazione delle politiche europee risultano angusti e che per questo costituiscono un freno al passaggio verso le fonti di energia rinnovabile.

Nello schieramento precedente la ‘battaglia’, l’Italia si trova alleata con Germania, Francia e Gran Bretagna su uno degli obiettivi predisposti dalla relazione congiunta delle commissioni Ambiente e Industria del Parlamento Europeo: riduzione di almeno il 40% delle emissioni di gas serra rispetto al 1990. Ma le due commissioni dell’Europarlamento si sono accordate anche su un target del 30% di consumo da rinnovabili, oltre che su un aumento del 40% dell’efficienza energetica; ed è intorno a questi obiettivi che si addensano i problemi, sui quali i fronti aperti sono anche politici all’interno degli stessi Stati membri.

La Gran Bretagna ad esempio, preoccupata dai tempi di transizione ad un’economia ‘verde’, ha già espresso chiaramente il suo “no” ad altri obiettivi vincolanti oltre a quello della CO2: la moderna e ‘ambientalista’ Inghilterra si ritrova su questo fronte alleata con un sistema economico erede del socialismo reale come quello della Polonia, impegnata a difendere il suo carbone. Ma anche nel nostro Paese, dove nucleare e carbone contano nulla o meno, gli investimenti di lungo periodo sugli altri combustibili fossili rallentano il passaggio alle rinnovabili di cui pure deteniamo, con il solare a concentrazione e la coltura di alghe per produrre biocarburanti, per citare le più redditizie, la paternità scientifica a livello mondiale. Per non dire dei costi in bolletta a sostegno degli investimenti delle aziende nel termoelettrico, a cominciare dal discusso ‘capacity payment’.

Questione complessa, dunque. E il Governo Letta si prepara. Per definire la posizione italiana sul negoziato europeo, Palazzo Chigi ha battezzato il primo gruppo di coordinamento interministeriale, presieduto dal Consigliere Affari europei del Presidente del Consiglio dei Ministri Stefano Grassi, e a cui partecipano i rappresentanti del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero dell’Ambiente e del Dipartimento per le politiche europee, mentre il ministro Orlando ha fissato una serie di incontri con i colleghi europei. Nel frattempo è stata commissionata all’Enea e all’RSE (Ricerca sul sistema energetico) una adeguata analisi di impatto delle proposte della Commissione in termini di implicazioni settoriali e di sistema, con il compito di analizzare gli scenari per la riduzione delle emissione di CO2 e le misure di policy necessarie per raggiungere gli obiettivi di taglio delle emissioni di carbonio e di promozione delle energie rinnovabili. Lo studio dovrà inoltre valutare l’incidenza, sui prezzi dell’energia, della politica di riduzione della CO2 e degli investimenti necessari per l’adeguamento delle infrastrutture di rete. Perché una cosa è chiara: il passaggio alle Rinnovabili è ineluttabile e peraltro possibile, anche in misura massiccia, come dimostrano fra l’altro le potenzialità delle tecnologie italiane evolute come il solare a concentrazione e la coltura delle alghe per la produzione di biocarburanti: tecnologie che promettono tali risultati che persino i grandi produttori di fossili come gli Stati Arabi, capaci di una visione strategica sconosciuta ai nostri mercanti energetici, stanno cominciando a sfruttarle. Ancora una volta appare chiaro che l’unica vera condizione per il passaggio alle rinnovabili non sono tecnologiche, né legate alle potenzialità economiche delle fonti sostenibili, ma sono determinate dagli investimenti già effettuati dai produttori. Che chiedono di essere loro, e in tempi compatibili con la loro gestione economica, a gestire la riconversione del sistema alle Rinnovabili. E la politica, anche quella dell’Europa, ne segue le orme.

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