Il groviglio Israele-Palestina

Il panorama della terra di Palestina è un vero laboratorio sociale, ora si ragiona sulla base di etnie, ma fino alla sua caduta, era l’Impero Ottomano a regnare sulla regione, un governo fondato sulla religione dove il califfo era il supremo capo dei musulmani di qualsiasi etnia, mentre le altre fedi erano classificate e riconosciute come “nazioni”, ma con uno status inferiore. I cristiani e gli ebrei non partecipavano al governo delle città, pagavano l’esenzione dal servizio militare sotto forma di una tassa di sondaggio (jizya) e di una tassa fondiaria (kharaj), e il capo di ogni comunità era il suo leader religioso. La Palestina (Stato di Palestina o Autorità Nazionale Palestinese, ANP) è uno Stato con riconoscimento limitato, in gran parte sotto occupazione israeliana; la popolazione è in stragrande maggioranza (93%) di religione sunnita, il residuale di confessione cristiana è sottoposto a forti limitazioni. Non bisogna sottovalutare nel lungo periodo l’andamento demografico che vede i cristiani nettamente sfavoriti rispetto l’etnia musulmana, vari analisti vedono la presenza cristiana a forte rischio sia nell’ANP che nella stessa Israele.

Chi pensa che il problema del conflitto senza fine e della mattanza tra israeliani e le frange estremistiche palestinesi si riduca a storia e politica si sbaglia di grosso, lo scoglio su cui si sono arenate le trattative e i vari accordi di Oslo e Camp David non hanno mai avuto effettivo seguito è sociologico. Ricorda Bill Clinton, quando propose una serie di parametri etnici a Camp David: “Primo, Gerusalemme dovrebbe essere una città aperta ed indivisa, con garanzie di libertà di accesso e di culto per tutti. Dovrebbe comprendere le capitali internazionalmente riconosciute di due Stati, Israele e Palestina. Se­condo, cosa è arabo dovrebbe essere palestinese, giacché per quale motivo Israele dovrebbe volere governare in eternità le vite di centinaia di migliaia di palestinesi?”.

Tralasciando gli aspetti storico-politici alla base delle attuali problematiche, che si trascinano dal 1948 con la scellerata suddivisone fatta dalle ex-potenze coloniali tracciando linee immaginarie nel deserto senza tenere conto delle realtà dei popoli e del territorio; resta il fatto che questo lembo di terra è abitato da popoli che sono un crogiuolo di sentimenti e contaminazioni sociali, religiose, etniche, di razza, dove i confini sono sfumati e spesso condivisi. Gli israeliani sono i cittadini dello Stato di Israele, ma non compongono un’etnia religiosa unitaria, esistono 8 diverse declinazioni di cui 4 sono dominanti. Nel 2020 gli abitanti del paese erano composti per l’74% da ebrei, per il 18% da musulmani, per il 1,9% da cristiani, per 1,6% da drusi e per il restante 4,5% da altri; ma il nome più diffuso fra gli ebrei è, fatto piuttosto singolare ma sintomatico, Muhammad.

La comunità ebraica è formata fondamentalmente da immigrati, un movimento iniziato con la creazione dello Stato di Israele, e proseguito con diligenza nel corso degli anni. Proprio per questo possiamo intravedere il principio dello ius soli, applicato per accordare la cittadinanza a coloro che nascono in un determinato territorio, israeliani di seconda generazione nati dal rientro dalla diaspora, per fondare la comunità attorno a valori condivisi e accogliere immigrati. Fuori dal paese vivono ancora 8,1 milioni di ebrei di cui 5,7 negli Stati Uniti (a fronte di una popolazione residente in Israele di 9 milioni), da qui si comprende anche come una comunità così coesa, con un ricco bacino elettorale, possa influenzare la politica americana in senso favorevole a Tel Aviv.

Di tutti i “gruppi” che compongono lo Stato, quello arabo ha il più basso livello economico e sociale, assieme agli ebrei ultraortodossi: secondo i dati forniti nel 1999 dall’Ufficio Centrale di Statistica israeliano, il 28,3% delle famiglie arabe ed il 30% dei bambini arabi vive al di sotto della soglia di povertà. Alla vigilia della costituzione di Israele gli arabi costituivano la maggioranza della popolazione dell’allora “Palestina”. Nel 1947 gli arabi e gli ebrei costituivano rispettivamente il 67% ed il 33% del- la popolazione dell’odierno Israele. Dopo la guerra del 1948, l’84% della popolazione araba fu indotta all’esilio, per andare a costituire le fila dei rifugiati. Nel 1951, appena tre anni dopo la costituzione dello Stato di Israele, gli ebrei erano arrivati a costituire l’89% della popolazione, mentre gli arabi erano scesi al restante 11%.

In linea puramente teorica la legislazione israeliana proibisce ogni forma di discriminazione, sia nel settore pubblico che in quello privato basata sulla razza, la religione o l’appartenenza ad un gruppo nazionale. Peccato che non esista nessun meccanismo di tutela rispetto l’affermazione di principio di quanto scritto nella “Basic Law del 1992 – Freedom and Occupation”. Non solo la “State Education Law del 1953” ha previsto due diversi sistemi scolastici, uno laico e uno di scuola ebraica, ma secondo l’art. 82 del “Palestine Order in Council 99” emana to dal Mandato britannico nel 1922 e tuttora in vigore, l’arabo e l’ebraico sono entrambe lingue ufficiali dello Stato, ma l’ebraico è senza dubbio la lingua dominante. Non esistono canali televisivi in arabo, leggi, regolamenti e sentenze vengono redatti in ebraico e quasi mai tradotti in arabo; così come esami universitari, rilascio di licenze professionali, transazioni, contratti, operazioni bancarie, tutto viene redatto in ebraico e la seconda lingua ufficiale dello stato è ignorata.

I palestinesi si sono dichiarati nazione costituita, di fatto, sul territorio da loro occupato fin dai primi anni del XX secolo, nei 19 giornali fondati in Palestina tra il 1908 e il 1914 vi sono frequenti richiami all’esistenza di una nazione palestinese (al-umma al-filistiniyya in arabo), caratterizzata da radicazione territoriale, lingua e religione. In questo caso non parrebbe sbagliato connettere l’etnia palestinese al principio dello ius sanguinis, ove la cittadinanza di un individuo accordata per discendenza al fine di tutelare la coesione etnico-culturale di una nazione. Diversa è la storia del popolo ebraico, sottoposto alla diaspora, ricompattato nello Stato di Israele sulla base della Legge del ritorno, controversa norma che riconosce la cittadinanza israeliana per discendenza. Uniti strettamente dalla religione, tanto da scoraggiare le conversioni alla fede, possiamo riconoscerne i tratti somatici della prima fattispecie del concetto di “nazione”, ove assumono primaria importanza i caratteri di appartenenza, le tradizioni comuni, l’affermare il proprio diritto ad organizzarsi come nazione autonoma. Si potrebbe azzardare un parallelo della situazione ebraico-palestinese con la realtà statunitense-nativi, gli uni provenienti da diversi ceppi etnici, ma condividendo un sentimento nazionalistico consolidatosi nel tempo e rafforzato da una iconografia narrativa, e una seconda “razza” confinata in un ruolo subalterno.

In questo frammentato contesto si è inserita come un maglio la “Legge nazionale del popolo ebraico” varata dalla Knesset il 18 luglio 2018. Il principio di etnia ha assunto forma di legge perseguendo l’idea del qibbutz galuyiot (raccolta delle diaspore), il senso è “se sei ebreo, perché non torni in patria?”, la reazione degli oltre 8 milioni di ebrei sparsi nel mondo è immaginabile. Israele, con appena un voto di maggioranza, si è autodefinita “Nazione”, attribuendosi l’identità di “Stato nazionale del popolo ebraico”. In mancanza di confini riconosciuti e non contestati, di riferimenti a popoli, nazioni, religioni, riveste di parole magiche la mancanza di un nucleo aggregante, fatto che ha indotto il filosofo ebreo tedesco Ernst Cassirer a citare Virgilio: “Con parole magiche e incantamenti, anche la luna può essere trascinata giù dal cielo”.

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