Centocinquant’anni e 79 giorni

Centocinquanta anni fa, nel 1873, vedeva la luce la prima edizione de Il giro del mondo in ottanta giorni, uno dei capolavori di Jules Verne (scriviamolo nella sua versione originale e proviamo magari anche a pronunciarlo correttamente).

Il nome dello scrittore francese purtroppo è oggi poco conosciuto dai più giovani e viene ricordato dagli amanti della fantascienza e, erroneamente, associato ai romanzi sui mondi distopici perché non scrisse romanzi distopici. I suoi sono romanzi di avventura e di anticipazione scientifica, spesso ambientati in luoghi esotici o in avventure straordinarie e sono caratterizzati da un grande senso dell’esplorazione e della scoperta scientifica.

Del resto, l’epoca in cui scriveva era ancora un momento di grandi esploratori e di scoperte. Solo due anni prima era stata pronunciata la celebre frase “Dr. Livingstone, I presume” da parte del giornalista Henry Morton Stanley che aveva ritrovato in Tanzania l’esploratore David Livingstone che si presumeva morto.

L’Ottocento è stato probabilmente l’ultimo secolo delle scoperte geografiche e il momento in cui i trasporti hanno subìto una profonda accelerata quando il vapore sostituì definitivamente le vele come strumento di navigazione sui mari.

Il genio di Verne si applicò quindi ad una storia dai confini verosimili rispetto ad altre in cui aveva descritto, con assoluta dovizia di particolari, viaggi sulla luna, esplorazioni al centro della terra, sottomarini guidati da personaggi leggendari e che oggi vengono associati solo ad un simpatico pesce pagliaccio. Il Capitano Nemo, permettetemi di ricordarlo ai meno anziani, era il comandante del sommergibile Nautilus, quella meravigliosa e misteriosa creatura con cui il misterioso principe, seppur molto rancoroso verso l’umanità, solcava gli oceani portando soccorso a ribelli greci e pescatori indiani. Questa storia, narrata in Ventimila leghe sotto i mari, sarebbe da rileggere insieme agli altri volumi che compongono la trilogia che inizia con I figli del Capitano Grant e termina con L’isola misteriosa.

Nel suo Giro del mondo, Verne racconta le vicende di un flemmatico inglese, Phileas Fogg, che si è intestardito di fare il giro del nostro globo in addirittura soli ottanta giorni. Un tempo troppo breve per gli altri soci del Reform Club di Londra che scommettono l’allora astronomica somma di ventimila sterline contro di Lui.

Fogg ce la farà. Accompagnato dal fido maggiordomo Passepartout (malamente e sgraziatamente tradotto in Gambalesta o Pastasciutta nelle versioni italiane del libro) attraversando l’Italia per poi giungere a Calcutta attraverso Suez. In India si aggiunge non poco pepe alla vicenda che vede il gentiluomo londinese salvare dal rogo una bellissima donna indiana che, al termine della vicenda sposerà. Poi i tre attraverseranno l’Oceano Pacifico, gli Stati Uniti difendendosi dai Sioux (eravamo in pieno Far West e gli indiani – ops, nativi – erano ancora i cattivi) e, infine, l’Atlantico per tornare a Londra addirittura con un giorno di anticipo. Non spoileriamo oltre la storia.

Oggi non abbiamo bisogno di ricorrere ai mezzi che Verne ha messo a disposizione dei personaggi del suo libro: elefanti, piroscafi, una slitta, golette. Oggi è sufficiente recarsi al più vicino aeroporto e, con un volo di “sole” venti ore possiamo raggiungere, con uno scalo tecnico, Sidney. Il volo più lungo che unisce New York a Singapore è di circa 19 ore. Possiamo fare colazione a Roma, pranzare a Londra e cenare a Miami nello stesso giorno.

Un giorno per il giro del mondo? Diciamo due per non scontentare i troppo pignoli, ma dobbiamo prendere atto di come i trasporti di oggi siano decisamente più rapidi, comodi e più sicuri di quelli del passato.

Ma prendiamo anche atto che nel secolo scorso il genio e la fantasia di alcuni scrittori hanno inventato storie che oggi sono realtà. O riuscivano a vedere oltre?

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