Il presidenzialismo

Nei programmi del centro-destra è rispuntata fuori l’elezione diretta del Capo dello Stato. In sé, nulla di peccaminoso: il sistema funziona senza guasti in Germania e in Austria. Lì però si tratta della maniera di come eleggere il Presidente della Repubblica, lasciando però intatti i poteri esecutivi del Primo Ministro e relegando il Capo dello Stato a un ruolo cerimoniale o tutt’al più di garanzia istituzionale. Diversa è la regola nei Paesi presidenzialisti, per lo più americani, in cui il presidente è il capo dell’esecutivo. Non so a quale modello punti la destra (c’è anche quello semipresidenzialista francese, in cui Presidente della Repubblica e Primo Ministro convivono, ed è forse il modello migliore, perché concilia la continuità e stabilità del potere centrale con la possibile variabilità dei governi e la loro responsabilità davanti al Parlamento.

I modelli, in sé, sono in qualche modo neutri, l’essenziale è chi via via li incarna. Il problema non è secondario: il presidenzialismo puro ha certo i suoi vantaggi, ma talvolta produce distorsioni (Trump, Putin, Lukacenko e altri) perché persona scelta non ha il senso dell’autolimite, può ritenersi investito di un mandato potenzialmente eterno e adoperare gli strumenti di cui dispone per prolungarsi indefinitamente nel potere. E questa è la negazione della democrazia.

Purtroppo, il sospetto è che ciascun leader della destra, proponendo il presidenzialismo “esecutivo”, pensa a sé stesso e alle proprie ambizioni personali. Questa sensazione è confermata dalla manifesta autocandidatura di Berlusconi, che alla sua età e dopo tante vicende sogna ancora di essere al centro di tutto e nel punto più alto del sistema politico.

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