Il fattore Cina

Dall’inizio dell’aggressione russa all’Ucraina, sullo sfondo di una guerra che non ha finora dato a Putin una rapida vittoria, ma che costerà migliaia di vite innocenti, e quando la condanna mondiale si accentua, dimostrata dal voto a larga maggioranza alle Nazioni Unite, si delinea enigmatico il fantasma della Cina.

Va ricordato che Putin ha attaccato dopo aver avuto da Pechino, e direttamente da Xi, dichiarazioni di amicizia “senza limiti”. Qualcosa che ricorda da vicino il Patto Ribbentrop-Molotov che nel 1939 dette via libera all’invasione nazista della Polonia. Nessuno può dire con certezza che Putin abbia preavvisato Xi delle sue intenzioni. Pare probabile che qualcosa gli abbia detto e che Xi gli abbia chiesto di rimandare ogni iniziativa alla chiusura delle Olimpiadi invernali di Pechino. Rimandare non vuol dire fermarsi.

Al momento dell’invasione, la Cina ha mantenuto un atteggiamento ambivalente: ha deplorato l’uso della forza nelle relazioni internazionali, ma non ha mai puntato il dito contro Mosca. In realtà, ha sposato le accusa a USA e NATO. Forse la dirigenza cinese doveva e deve tuttora tenersi in un precario e difficile equilibrio, tra la sua sostanziale alleanza antioccidentale e specificamente antiamericana con Putin, e la preoccupazione di non perdere i mercati occidentali dai quali l’economia cinese in buona parte dipende, e di non rovinare i rapporti, prima molto intensi, con l’Ucraina.

Probabilmente, la prima reazione a Pechino è stata di aspettare come andavano le cose sul terreno, contando su una vittoria russa rapida ed efficace. Questo calcolo è stato sconvolto dalla resistenza ucraina, che apre prospettive di un conflitto lungo e sanguinoso, quale ne sia il risultato. Che continuo a temere scontato. Perciò i cinesi si sono spostati di qualche centimetro, offrendosi come mediatori in un incontro virtuale con Macron e Sholz. La posizione di mediatore è di per sé delicata e presuppone un minimo di imparzialità: se Xi veramente si muovesse come tale e persuadesse Putin ad accettare un ragionevole compromesso, uscirebbe da un dilemma difficile e acquisterebbe un ruolo senza precedenti sulla scena mondiale, affermando la Cina come un garante essenziale della stabilità e dell’ordine internazionale. Ma siamo ancora lontani da questo.

Un’ultima osservazione: stiamo tutti pagando le conseguenze della scellerata politica di Trump, che ha flirtato sfacciatamente con Putin e alienato la Cina, quasi forzandola ad allearsi con Mosca. Contraddicendo così l’elementare esigenza, intuita e realizzata da Kissinger, di un’intesa cino-americana.

È rassicurante vedere che ora, nel Congresso USA, una buona parte dei Repubblicani si è unita nel chiedere e votare sanzioni dure contro Putin. A questo proposito, va detto che l’embargo sul petrolio, simbolicamente una misura molto dura, avrebbe poca efficacia pratica se ad adottarla fossero i soli Stati Uniti (che sono esportatori e non importatori dii petrolio). Se grandi Paesi europei non vi si uniscono, cercando altrove le fonti di energia necessarie, la Russia non ne sarà veramente colpita. Mi pare, però, per ragioni economiche certamente più che reali, anche da questo siamo lontani.

Un ogni caso, si tratterebbe di misure con effetti a lungo termine. Frattanto, gli Ucraini devono battersi e morire da soli, per la loro libertà e per la nostra.

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