Sandro Gorra, da Art Director ad artista

È uno dei più noti creativi nel mondo dell’advertising, di estrazione art, ideatore di slogan fra i più famosi. Parliamo di Sandro Gorra (Milano, 1944) con un Master in Global Communication alla New York University è fra i più giovani Creative Director della sua generazione e collabora con le maggiori agenzie italiane in task force internazionali tra Milano e Londra. Crea campagne per l’Italia e l’estero per Fiat, Chanel, Colgate, Macallan, Mars, Pepsi, Panasonic, Peugeot, Toshiba, di cui ne illustra personalmente molte e per le quali ottiene premi e riconoscimenti. Fonda agenzie dapprima in partnership con i gruppi francesi Havas e Publicis, in cui lavora alle grandi campagne internazionali di Telecom pluripremiate in Francia, Olanda e Germania, poi si unisce con ServicePlan, gruppo tedesco fra i più grandi in Europa, per cui crea e disegna anche l’attuale sede milanese. Gira film pubblicitari con volti noti dello spettacolo e del jet set internazionale, come Renato Pozzetto, Teo Teocoli, Brad Pitt, lavori con registi del calibro di Tarsem, i fratelli Taviani, Jean Paul Goude, Ferzan Ozpetek, Luca Miniero, Paolo Genovese, e con fotografi di caratura quali Oliviero Toscani, Giuseppe Pino, Gian Paolo Barbieri, Patrick De Marchellier, Marco Glaviano, Chris Broadbent. In tutti i suoi lavori è sempre presente la vena ironica che andrà poi a caratterizzare anche la poetica artistica. Dal 2015, infatti, Gorra si dedica alla sua Daily Art, “l’arte dell’attimo”. Dipinti, illustrazioni e sculture dove poesia e ironia sono il tratto fondante. Sandro Gorra vive e lavora a Milano, dove, a suo dire, melodrammi e poesia si intrecciano nel traffico intellettuale di una città che ama profondamente.

Buongiorno dott. Gorra, lei ha iniziato come Art Director, un termine che ha sempre un che di misterioso, come lo possiamo definire?

L’Art Director è quello che ha in mente la parte più visual della campagna, impostando lo slogan e la visualizzazione, mentre il copywriter getta l’idea, poniamo sia “un cane che beve la birra”. Poi art director e copywriter si mettono assieme per assemblare e fare nascere il risultato finale. Resta il fatto che uno ha concetti e scrive molto, e l’altro ha concetti ma disegna molto; uno ha conoscenza di idiomi e linguaggi, l’altro della parte visual e immaginifica. L’art director quindi conosce il cinema, l’arte, gli effetti speciali, la fotografia. I due procedono appaiati nel progetto con le proprie specificità fino a quando si arriva in produzione, a quel punto è l’art director a prendere in mano la situazione, avendo chiaro quale sia l’obiettivo finale da raggiungere.

Un lavoro estremamente stimolante, direi.

Certo, ma l’aspetto più stimolante che ho trovato in tutti questi anni à la conoscenza delle persone, i fotografi, i registi, gli scrittori, i grandi nomi della musica. Tutto questo comporta un grande arricchimento, scoprire che nomi famosi sono in realtà persone normalissime con cui interagire tranquillamente. Quando sei un creativo di punta che propone al cliente quella che ritieni sia la soluzione migliore, diventi per lui davvero importante. Non tanto per trattare di vile denaro, ma per capire se c’è la possibilità di fare business insieme. Un creativo quando si sveglia alle 8 di mattina deve avere in mente un’idea nuova, poi magari non ci dorme la notte per lo stress, ma è un lavoro bellissimo e una ricchezza straordinaria. Quando uno diventa famoso, c’è sempre un motivo, talento e fortuna sono due qualità che corrono appaiate. Se i “vip” percepiscono che non c’è interesse a frequentarli per ricavarne qualcosa, ma solo per vedere di fare un buon lavoro, apprezzano lo stare insieme. Per questo continuo a dire che questa pandemia è un flagello, che lavorare a distanza non sia una benedizione, togliere il contatto quotidiano è una punizione divina.

Mi trova assolutamente d’accordo su tutto, va bene Zoom, ma nulla vale la presenza, il contatto diretto. Tornando alla sua attività, lei ha iniziato molto presto a lavorare, di tutte le persone che ha conosciuto e i lavori svolti, ce n’è uno in particolare da menzionare?

Gliene faccio subito uno di nome, Pasquale Barbella! Oramai ha passato gli 80 anni, nasce da copywriter, ma con una cellula di art director dentro di sé e una incredibile sensibilità musicale, il tutto unito a una ironia fantastica. Un altro è Marco Mignani, che ora purtroppo non è più tra noi, la sua “Milano da bere” non è stato solo uno slogan, ma un mondo intero. 

Il passaggio da Art Director ad artista come è avvenuto?

È stata una coincidenza, avendo una mano molto buona, che non c’entra con l’intelligenza. Quando ho iniziato a fare il mio mestiere non c’erano i computer con tutte le immagini “dentro” e quindi mettevo su carta i disegni per le grandi aziende, dalla Fiat alla Peugeot alla Macallan. Quando ho deciso di chiudere con la mia vita pubblicitaria, ho pensato di andare avanti con la mia vita artistica, non su commissione per gli altri, ma per me. Era fantastico vedere le immagini create per i grandi clienti girare per l’Europa, e da lì ad avere davanti un foglio bianco il passo è stato breve, ma non semplice. Perché poi non sai da dove partire e vai in panico, ma quando questo passa ti rimane la voglia di disegnare, e lo fai per te senza che nessuno debba poi venirti a dire se vada bene o meno. Così sono nate, ad esempio, le giraffe, che ho visto tante volte in Africa. Animali meravigliosi di 6 metri, poi scopri che tutti gli anni ne muoiono più di quelle che nascono e tendono a sparire. La mia idea è poi quella di unire l’ironia ai miei lavori artistici, da questo nasce l’input delle macchie che volano via dalle giraffe. Anche per dimostrare due cose: che le giraffe hanno dei problemi di sopravvivenza e che gli uomini vorrebbero essere giraffe, così alte, auliche, potenti, capaci di correre fino a 70 km/h.

Da questo nasce la mostra a Pietrasanta?

Esatto, ci sono 5 o 6 immagini delle giraffe. Questa commistione tra uomo e giraffe mi ha fatto nascere l’idea del “cogliere l’attimo”. Succede tutti i giorni, la fatica di noi uomini di salire al “piano di sopra” per avere una vita migliore, ma, quando ci riesci, l’attimo seguente nasce il timore di perdere tutto.

Questa ironia che mette nelle sue opere, ad esempio negli “Uomini fiammifero”, è veramente immaginifica.

L’ironia in questo caso funziona molto, è un linguaggio molto usato nei tempi moderni, ma bisogna farla come si deve. A volte è tragicomica, altre diventa poesia, sbagliare ironizzando può diventare un disastro, se la sai usare bene possono, viceversa, uscirne cose molto belle.

Riprendendo il discorso precedente, il momento storico che stiamo vivendo non trova che vada a detrimento dell’ispirazione togliendoci il contatto personale con gli altri?

In questo momento abbiamo dei problemi che non ci permettono di dedicarci alla parte fantastica della creatività. Quando facevo lezione all’università, ai miei studenti recitavo sempre: “No creativity? No happiness!”. Non ci può essere felicità senza creatività. Per questo ci vuole la mente sgombra, oggi è un continuo bombardamento di contagiati e morti, come è possibile fare creatività e arte in questo contesto?

Mancano gli input, oggi è difficile anche viaggiare, le giraffe sono nate in seguito ai suoi viaggi in Africa, ora sarebbe molto più complicato.

Poi manca la conoscenza delle persone, le racconto un piccolo aneddoto. Anni fa feci una campagna per la Telecom Internazionale, c’era un vecchio signore in questo spot e noi ci recammo a Los Angeles per girarlo con Brad Pitt, che era il testimonial scelto. Sono stato lì con lui un paio di giorni per girare il film, in quel momento lui era il numero uno al mondo e io, scherzando, gli dissi: “Quando torno in Italia dirò a tutti gli amici che esisti davvero!”. Lui mi rispose: “Ti prego, non scherzare su questo. Racconta pure che esisto e sono normale, con tutti i miei pregi e difetti. Io con le persone non riesco a parlarci, colloquio solo con i tecnici, i giornalisti, i manager, la troupe cinematografica e basta. Racconta pure che a me piace parlare di cose normali con le persone.”

Parlare con lei è estremamente piacevole e continuerei ore, ma dobbiamo dire anche di questa mostra che va a esporre a Pietrasanta.

È stato il sindaco di Pietrasanta che mi ha cercato dicendomi: “Guardi, noi vogliamo coprire Pietrasanta di Gorra, lo vogliamo dappertutto. Qui non viene chiunque a esporre, noi selezioniamo attentamente chi invitare”. Il suo entusiasmo è stato contagioso, mi sono sentito felice della proposta. Il 5 marzo abbiamo l’inaugurazione, quindi avremo 5 delle mie opere in Piazza del Duomo; altre 4 sono sparse nei dintorni, sempre nel centro storico; all’interno della bellissima chiesa di Sant’Agostino ci saranno 15 giraffe e nel chiostro si troveranno una ventina di dipinti e collage in cui sono raccolti una varietà di schizzi e disegnini uniti in una sorta di patchwork. Infine avrò opere scelte anche nella centralissima galleria di Laura Tartarelli. Il percorso, che è ben definito, sarà segnato da mie frasi, sempre con dentro dell’ironia, anche amara a volte. Penso che sarà una mostra molto ricca.

Interessante il fatto che sarà una mostra diffusa, tra Pietrasanta e Marina di Pietrasanta.

C’è un percorso abbastanza ampio, che arriva fino al Pontile di Marina. Ho comunque preferito concentrare la maggior parte delle mie opere in Piazza del Duomo che è bellissima.

[Ndr – Si ringrazia l’ufficio stampa Tania Cefis per la disponibilità e assistenza]

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