Elisabetta Modena (MoRE): progetti incompiuti in mostra

Elisabetta Modena è Dottore di Ricerca in Storia dell’Arte e dello Spettacolo (Università di Parma 2010) e assegnista post-doc presso il Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano nell’ambito del progetto ERC Advanced Grant “An-Iconology. History, Theory and Practices of Environmental Images”, coordinato da Andrea Pinotti. I suoi principali temi di ricerca sono l’arte contemporanea, la museologia e la museografia, le Digital Humanities e la cultura videoludica. È stata borsista presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma (2017-2018) e docente a contratto presso l’Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia (2010-2019), l’Università di Milano (a.a. 2019-2020; 2021-2022) e l’Università di Bologna (a.a. 2020-2021). Come curatrice ha organizzato mostre nazionali e internazionali in sedi pubbliche e private (MAMbo, Bologna; MAXXI, Roma; CSAC, Parma; MSU, Zagabria; Galleria del Premio Suzzara). Insieme a Marco Scotti, è fondatrice e curatrice di MoRE, un museo e archivio digitale dedicato a progetti di arte contemporanea non realizzati.

Buongiorno Elisabetta, bellissima questa idea di raccogliere i progetti non portati a termine a Bologna, una sorta di memoria storica. Come è nato il progetto?

La mostra attualmente esposta al MAMbo è l’ultimo atto di un processo iniziato nel 2012, quando è nato “MoRE. a Museum of Refused and Unrealised Art Projects”. Si tratta di un archivio digitale dedicato alla conservazione e valorizzazione dei progetti di opere di arte contemporanea del XX e XXI secolo non realizzate. L’idea è stata partorita da me e Marco Scotti, cui si sono poi uniti ricercatori, tecnici, esperti di arte, nell’ambito del dottorato dell’Università di Parma. È stata la risposta a una serie di esigenze: l’interesse nel progetto artistico, riconoscere agli artisti interessati la capacità della progettualità, al di là del risultato finale. In parte il motivo è anche una risposta ai fallimenti individuali, nel senso che noi stessi presentiamo progetti, partecipiamo a bandi, e a volte queste iniziative non trovano sbocco positivo.

Sono rimasto impressionato dal numero dei progetti non realizzati, mi pare si parli di un centinaio di iniziative fallite.

Sì, sono tanti, non si parla solo di progetti non andati a buon fine, ma anche di mostre che non hanno visto la luce tra il 1975 e il 2020, e la selezione è solo una piccola parte di quello che abbiamo trovato. Il principio è stato che fosse presente almeno un’opera di ogni artista, ma in realtà molti artisti ci hanno presentato più progetti non realizzati.

Almeno il vostro progetto è andato a buon fine, ma quanto tempo ci avete messo ad assemblare il tutto?

Veramente, anche Hidden Displays ha rischiato di non nascere, a causa della pandemia (risate), e di diventare quindi una mostra non realizzata su progetti non realizzati… Avremmo dovuto inaugurare in giugno 2020, poi con quello che è successo siamo arrivati a farla ora.

Su MoRE non troviamo solo artisti bolognesi quindi?

Esatto, MoRE è un progetto internazionale. Ci arrivano tantissime proposte, ma l’archivio cresce sulla base delle scelte curatoriali, una strategia utile, anche per entrare nel vivo del sistema dell’arte, indagandone quindi i limiti economici, censoriali, progettuali per tentare di capire come funziona il sistema nel complesso.

Mi ha colpito molto il progetto non realizzato contro la violenza sulle donne, bocciato perché la foto di una donna con il viso tumefatto fu considerata troppo forte.

Si tratta di un progetto abbastanza recente di un pittore bolognese di origine albanese, Eldi Veizaj, che l’ha proposto a Tirana. Il murales avrebbe rappresentato il viso di una donna picchiata e a detta dell’artista, è stato bocciato a causa della forza espressiva dell’immagine. Ma i motivi sono tanti, spesso economici, altre volte tecnico-progettuali; altre volte i progetti sono ideati come utopie irrealizzabili già in origine.

Ho visto nomi di assoluto rilievo, come Marina Abramovich, un vero peccato. Come avete trovato tutti questi progetti?

Abbiamo fatto un lavoro di ricerca partendo dagli archivi GAM-MAMbo, grazie alla collaborazione del museo. Alcune occasioni sono curiose, perché compaiono anche nella storia “ufficiale” del museo: sul catalogo della mostra del 1978 “Metafisica del quotidiano” è pubblicata la notizia della realizzazione solo parziale dell’opera di Fabio Mauri “Europa bombardata” e in archivio abbiamo trovato una sua lettera in cui l’artista si dice “frastornato” per la mancata ultimazione del progetto, . Oltre questa ricerca abbiamo contattato direttamente gli artisti e questi ci hanno fornito tantissimo materiale.

Avete anche realizzato una bellissima installazione nella sala del MAMbo.

Nel volume pubblicato l’ordine delle opere e delle mostre non realizzate è cronologico, mentre nella mostra abbiamo usato un approccio più simile a una Wunderkammer, una sorta di camera delle meraviglie, dove i progetti sono raccontati in ordine “sparso”, usando il materiale a disposizione. Ci sono suoni, documenti, maquette, disegni: parlando con gli artisti abbiamo deciso quale fosse il modo migliore di presentare le opere. I suoni che si sentono all’interno sono opera di Luca Vitone, un coro che recita “Soldati” di Ungaretti, registrazione evocativa di un progetto che l’artista propose a Imola sui caduti della I Guerra Mondiale.

E’ possibile identificare un processo temporale che individui un miglioramento realizzativo nel corso del tempo? Ovvero che partendo dal 1975 a oggi la percentuale di progetti realizzati sia maggiore?

Non credo purtroppo, anzi temo che sia il contrario. Ma penso che la quantità progettuale sia sempre un fattore positivo, sognare e creare è a mio parere un bene. Dal 2000 al 2010 ca. abbiamo visto un’esplosione di bandi e commissioni per lo spazio pubblico come ho scritto nel mio saggio in catalogo, e dunque molti progetti non realizzati in questo periodo sono frutto della mancata selezione a una di queste occasioni. Negli anni ’90 invece c’era la sensazione di poter fare tutto, cosa che aveva reso Bologna vivacissima e piena di possibilità.

Potremmo sintetizzare dicendo che la progettualità è più importante della finalizzazione? Che sia positivo avere tantissime idee, anche se poi solo poche trovano successo?

Beh, a volte ci sono progetti che, per fortuna, non sono stati realizzati! (risate). C’è un artista in mostra, Cesare Pietroiusti, già protagonista di una mostra personale al MAMbo due anni fa, che ha lavorato su questo e qualche tempo fa ha esposto le opere di cui lui si “vergogna”, quelle che ritiene venute male (risate)…

David Lynch ha definito “Dune” la sua opera peggiore, quindi tutto ha un senso.

Ci sono altri progetti che partivano con un’idea, un piano A, che è poi cambiata nel corso della realizzazione: ad essere realizzato è stato il piano B, per tutta una serie di problemi che si sono dovuti affrontare… A volte questo è stato migliorativo, altre volte peggiorativo. Ora, con l’aiuto del MAMbo, stiamo cercando di portare due di questi progetti non realizzati a conclusione.

E’ possibile individuare una causa prevalente nella non fattibilità delle opere non realizzate?

Nell’archivio di MoRE abbiamo un criterio di tag sui progetti che identifica il motivo di non realizzazione dell’opera: la principale è quella economica. Ne seguono altre come i motivi tecnico-logistici ad esempio, o come i progetti che non hanno vinto un bando.

Quindi due di questi progetti ora potrebbero trovare nuova vita ed essere realizzati?

Non è mai stato il motivo trainante, MoRE è nato per valorizzare le idee e il lavoro degli artisti; ma in questo caso ci stiamo impegnando per portare a termine due progetti. Il primo è l’asta delle “non opere” di Emilio Fantin, una collezione di oggetti che non sono opere d’arte, ma sono stati raccolti dall’artista in varie occasioni. L’asta si sarebbe dovuta tenere dieci anni fa a Casabianca (Zola Predosa, BO), nello spazio di Anteo Radovan, ma nacque una discussione sul valore degli oggetti della collezione: quelle che qualcuno ha anche definito “cianfrusaglie”, erano opere d’arte di Emilio Fantin, o di qualcun altro? Questo dibattito fece saltare l’asta a suo tempo, ora cercheremo di farla. L’altro progetto che vorremmo realizzare è quello di Luca Trevisani, che quando viveva a Bologna ebbe l’idea di fare girare lungo i viali di Bologna un rimorchio trainato da un’auto su cui sarebbe stata posta una scultura nella quale il pubblico si sarebbe quindi imbattuto in modo del tutto casuale.

Progetti futuri che avete in cantiere?

Abbiamo appena tenuto un convegno con il MAMbo e l’Università di Parma, “The lockdown of the projects”, dedicato proprio sulle idee non realizzate a causa del lockdown. Adesso stiamo lavorando alla pubblicazione degli atti sulla rivista dell’Università di Parma, “Ricerche di S/Confine”. Continuiamo a sviluppare la ricerca delle opere non realizzate: oltre a quella del MAMbo, abbiamo allestito mostre a Zagabria, Roma e a Parma. Per ora sono molto felice di quanto realizzato qui con Hidden Displays, che gratifica anche il grande lavoro fatto con Valentina Rossi, che ha curato con me la mostra.

Per fare tutta questa attività servono fondi, a quali canali riuscite ad attingere?

MoRE è prodotto dall’associazione culturale no profit Others, e ha una collaborazione con il centro CAPAS dell’Università di Parma. Per questa occasione siamo stati supportati dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, dalla Fondazione De Mitri di Modena e dal MAMbo. In altri casi ci sono stati fondi specifici erogati per progetti particolari. Ma il tutto vive per l’abnegazione e l’amore per la ricerca dei curatori e dei ricercatori, che mettono a disposizione tantissime ore di lavoro per la sola voglia di farlo.

[NdR: Si ringrazia Istituzione Bologna Musei per la disponibilità e l’assistenza]

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