Il problema del Quirinale

Ormai, la scadenza del settennato del Presidente al Quirinale, purtroppo, è vicina, e la questione della sua successione si sta ormai ponendo, più o meno apertamente, in tutti i gruppi politici. Il fatto è che, negli ultimi decenni, il ruolo del Capo dello Stato è venuto via via trasformandosi e acquistando connotazioni politiche rilevanti.

Non era così quando il governo era solidamente tenuto da una maggioranza, variabile ma solida, attorno al perno centrale della DC. Certamente il Presidente era una figura di riferimento e un garante del sistema, ma le sue funzioni erano raramente più che notarili o cerimoniali (Gronchi provò a prendere iniziative proprie, specie in politica estera, ma fu contrastato dai governi del tempo; Cossiga ha fatto qualche erratico tentativo, non riuscito, e Pertini cercò di trasformare la sua popolarità in potere, ma neppure lui riuscì). Con Ciampi, poi con Napolitano e Mattarella, il Presidente è stato invece portato in alcune occasioni a prendere decisioni e assumersi responsabilità non specificamente previste (ma neppure esplicitamente escluse) dalla Costituzione. E niente esclude, nel perenne frazionamento delle forze politiche in Italia, che il futuro Capo dello Stato debba fare lo stesso. Da qui l’importanza di una scelta che garantisca al vertice dello Stato la presenze di una persona sperimentata, equilibrata, con alto senso del dovere e, ovviamente, un certo prestigio internazionale.

I nomi che hanno cominciato a circolare mi sembrano piuttosto nomi, diciamo, “di assaggio”. Ci sono persone degnissime, come Gianni Letta, Giuliano Amato, la Cartabia (questa però molto poco conosciuta dal pubblico) o Sabino Cassese. C’é anche per alcuni un problema di età: Letta ha 86 anni, Amato 83, terminerebbero il loro mandato ultranovantenni. Ma il problema centrale è ovviamente politico. Si tratta di trovare in questo Parlamento i numeri necessari per l’elezione, anche a maggioranza semplice, cioè che comunque implica la partecipazione dei 5 Stelle.

In realtà, un candidato naturale esiste, ed è Mario Draghi, per le sue doti personali e il suo immenso prestigio nel mondo e su di lui potrebbe convergere una parte almeno delle forze che lo sostengono a Palazzo Chigi. Il problema, però, è che, se fosse eletto, Draghi non potrebbe allo stesso tempo guidare il governo e si dovrebbe quasi certamente ricorrere ad elezioni parlamentari anzitempo. Il leghista Giorgetti ha suggerito che Draghi potrebbe “dirigere il convoglio” dal Quirinale, ma passare a un forma di semipresidenzialismo non mi pare impresa facile.

Insomma, il dilemma non è facile. Spero che, come è avvenuto in passato, lo”Spirito santo” laico illumini i nostri politici.

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