Leonard Cohen, cinque anni senza poesia

Il 2016 è ancora ricordato per l’incredibile numero di personaggi appartenenti al mondo dello spettacolo e della musica deceduti. Sono passati solo cinque anni e sembra un secolo dopo che anche l’emergenza Covid ha contribuito a creare una crepa nella percezione del tempo che fa sembrare i ricordi del passato ancora più remoti e non ci rendiamo conto che quell’anno se ne sono andati, solo per citare i più importanti, David Bowie, Glenn Frey degli Eagles, Prince, Keith Emerson, George Michael ma anche Leonard Cohen il 7 novembre, il mese dei morti, quasi uno scherzo del destino per chi ha usato nelle sue canzoni temi e toni non a caso definiti lugubrious.

Il cantautore canadese iniziò la sua carriera più come poeta e scrittore e la sua carriera musicale è iniziata relativamente tardi specialmente se pensiamo alla musica di oggi in cui è facile imbattersi in vere e proprie star non ancora maggiorenni. Il primo album di Cohen, Songs of Leonard Cohen è del 1967, quando aveva già trentatré anni e conteneva uno dei suoi maggiori Successi: Suzanne. Il genere di Cohen era minimalista nella musica che, si potrebbe sostenere, era un sottofondo alle parole. Un precursore della strada poi seguita da molti cantautori affrontando anche temi che non sempre trovavano ingresso nelle canzoni, specialmente fino agli anni Sessanta, come la religione, l’isolamento, la depressione di cui soffriva e la sessualità. Uno stile intimistico che ben si poteva prestare a dividere il pubblico; se da un lato qualcuno considerava i suoi toni e i brani intrinseci di fascino malinconico, per altri erano il frutto del suo genio che levigava i brani.

Non è certo semplice, anche per un ascoltatore attento, confrontarsi con frasi del tipo “Sembra libertà ma sembra morte” contenuta nel brano Closing time. Corretto quindi definirlo, come fece un giornalista, uno dei cantanti più affascinanti e carismatici dei tardi anni Sessanta, e secondo solo a Bob Dylan e, forse a Paul Simon.

I suoi album si sono sempre occupati di temi sociali e spesso contengono parole di denuncia come quando in Tower of Song sostiene che “i ricchi hanno i loro canali nelle camere da letto dei poveri e sta arrivando un potente giudizio.” Parole pesanti e dure.

Cohen sembra avere attraversato tutta la sua carriera senza voler far breccia sul mercato più commerciale, senza cercare un successo di massa che, specialmente in quegli anni, si riceveva sui grandi palcoscenici e nelle hit parade. In tutti gli album pubblicati tra gli anni Settanta ed Ottanta sembra rivolgersi più ai critici, ai fan già affezionati, ai colleghi musicisti e, naturalmente, ad interlocutori politici, senza però voler cercare quella visibilità mediatica che altri suoi colleghi politicamente impegnati hanno raggiunto.

Meno presente quindi nelle hit del momento rispetto a tutti i suoi contemporanei, rispetto ai quali aveva circa dieci anni in più, ma mai assente sulla scena mondiale internazionale fino a quando la sua canzone probabilmente più conosciuta, Halleluja, ha registrato oltre trecento cover inclusa una celeberrima di Jeff Buckley, cantante scomparso prematuramente.

Cohen è stato uno dei rappresentanti di una generazione di musicisti, scrittori e poeti irripetibile, quella che ha attraversato l’America degli anni Sessanta, la beat generation, ed anche lui non è stato alieno dallo sperimentare droghe ma, con gli anni, il suo rifugio dalla depressione, che emerge da molte sue canzoni, furono il vino rosso e le belle donne per sua stessa ammissione.

Non abbandonò mai la fede ebraica, ma il cristianesimo e il buddismo sono una presenza costante e imponente nella sua vita e nella sua opera. Dal 1990 trascorse un lungo periodo in un monastero zen in cima al ghiacciato Mount Baldy della California.

È stato spesso paragonato a Bob Dylan e le discussioni su chi sia il miglior poeta infuriano sulla scia del premio Nobel di Dylan. Cohen sull’argomento ha detto che un premio è “come appuntare una medaglia sull’Everest per essere la montagna più alta”. Un’osservazione degna di un grande poeta e anche filosofo perché è impensabile sostenere che il pensiero di Cohen non abbia una forte valenza, appunto, anche filosofica.

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