I fatti d’Ungheria e la Sinistra italiana

Il crollo del blocco comunista, culminato nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, vide probabilmente il suo primo passo il 23 e 24 ottobre 1956, esattamente sessantacinque anni fa, a Budapest, quando i moti rivoluzionari ungheresi vennero repressi dalla violenza delle armi inviate da Mosca. Tutto ebbe inizio da una manifestazione pacifica di studenti a cui si unirono successivamente milioni (dicono alcune cronache) di ungheresi che erano scesi nelle strade e nelle piazze per protestare contro il regime dittatoriale di Mátyás Rákosi, un esponente della frangia stalinista, e la presenza sovietica.

Le cause del malumore che sfociò in una vera e propria rivoluzione erano più lontane e profonde; probabilmente già l’inserimento dell’Ungheria nell’area controllata dopo la Seconda guerra mondiale e il suo ingresso nel patto di Varsavia, non erano ben visti dal popolo ungherese che voleva aprirsi ad occidente. Inoltre, la dichiarazione di neutralità dell’Austria del 1955 aumentava l’importanza strategica dell’Ungheria in quanto rafforzava il cuscinetto tra i due blocchi della Guerra fredda: quello orientale era inoltre stato indebolito anche dalla sostanziale defezione della Jugoslavia di Tito.

Dal 23 ottobre fino ai primi giorni di novembre si formarono nelle fabbriche i consigli operai e gli studenti decisero di uscire dalle organizzazioni giovanili comuniste. Un discorso di Imre Nagy, primo ministro che era considerato punto di riferimento del movimento che voleva aprirsi all’occidente, in uno dei suoi discorsi venne fischiato quando iniziò rivolgendosi al pubblico usando il termine “compagni” ormai inviso agli ungheresi.

Il quattro novembre le truppe di Mosca invasero lo stato ribelle. Il leader sovietico Nikita Kruscev, che eppure aveva denunciato i crimini dello stalinismo, agì come avrebbe probabilmente fatto il suo predecessore e, in pochi giorni, la rivoluzione venne repressa e oltre 2.500 ungheresi vennero uccisi.

Un simile evento non poteva non avere effetto anche in Italia, dove esisteva il più importante partito comunista occidentale, forse più rilevante di quello francese. La notizia venne data dal quotidiano socialista “L’Avanti” il cui giornalista Luigi Fossati si trovava proprio a Budapest. Le notizie vennero pubblicate senza censura, seppur il Partito socialista fosse molto vicino a quello Comunista, ponendo in evidenza le gravi responsabilità del regime sovietico e la presa di posizione dei dirigenti socialisti dell’epoca che presero definitivamente le distanze da Mosca.

Significative e forti le parole del segretario, Pietro Nenni che, oltre a restituire il Premio Stalin che gli era stato conferito, scrisse sulla testata di partito le seguenti parole: «Gli ungheresi chiedono democrazia e libertà. Si può schiacciare una rivolta, ma se questa, come è avvenuto in Ungheria, è un fatto di popolo, le esigenze ed i problemi da essa poste rimangono immutati. Il movimento operaio non aveva mai vissuto una tragedia paragonabile a quella ungherese, a quella che in forme diverse cova in tutti i paesi dell’Europa orientale, anche con i silenzi, i quali non sono meno angosciosi delle esplosioni della collera popolare

Ben diversa la presa di posizione del partito Comunista, ancora ben saldo sotto la guida di Palmiro Togliatti secondo il quale non bisognava perdere di vista la globalità del processo storico di affermazione del comunismo. Anche Longo e Terracini, tra i principali dirigenti comunisti, appoggiarono in maniera incondizionata l’intervento sovietico per “tutelare le conquiste dei lavoratori”, contro quelli che venivano definiti agitatori. Diversa la reazione della base del partito che vide un calo di iscrizioni e dovette affrontare anche manifestazioni di militanti a favore dei moti rivoluzionari.

Anche intellettuali di spicco presero posizione contro la posizione ufficiale del partito, tra cui Italo Calvino che si dimise e perfino la CGIL si schierò dalla parte dei rivoluzionari. Forse Budapest mise le prime basi per il crollo del Comunismo.

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