Sud per ripartire

[Riceviamo e pubblichiamo questo intervento di Giosy Romano, Presidente Confederazione Italiana Sviluppo Economico, in occasione degli “Stati Generali per il Sud – Idee per ripartire” la consultazione pubblica con il premier Mario Draghi e il ministro dell’Economia Daniele Franco, organizzata dal Ministro per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna – NdR]

Il nostro contributo agli Stati Generali per il Sud – Idee per ripartire, prende le mosse da un dato storico oggettivo: quello che il nostro Paese nel corso degli anni non è mai riuscito a spendere in maniera compiuta le risorse messe a disposizione della UE. Lo ha detto il presidente Draghi nel ricordare in maniera puntuale le cifre della programmazione 2014/2020 con una allarmante percentuale delle opere non completate. E il Ministro dell’Economia, Franco lo ha confermato. Riteniamo perciò di prospettare una riflessione con due angoli visuali: uno di metodo, l’altro di merito.

Giosy Romano

Quanto al metodo, a nostro avviso, un primo dato dal fallimento della gestione passata è da ricercare nelle modalità di gestione dei fondi e perciò anche una oggettiva insufficienza dell’infrastruttura immateriale di base. Carenza che va individuata in più dati fattuali.  A) Nel carico di lavoro delle singole autorità di gestione a monte B) nelle stazioni appaltanti a valle. Ripetere l’errore in questa occasione sarebbe imperdonabile.

La nostra idea è che in questa occasione una grande opportunità è quella offerta dal regolamento europeo n. 1303/2013 (art. 123) dell’affiancamento delle singole autorità di gestione con organismi intermedi. La possibilità di utilizzo di tali risorse umane in termini concreti , sarebbe paragonabile a quella di prendere a noleggio per il tempo strettamente necessario un macchinario altrimenti irreperibile sul mercato e per il quale i tempi di realizzazione ex novo sarebbero inconciliabili con quello dell’utilizzo delle risorse.

Utilizzo di una infrastruttura immateriale già pronta ed utilizzabile. In questo anche la nostra confederazione con le strutture dei singoli enti pubblici economici aderenti, operatori nel quotidiano del campo, sono completamente a disposizione.

Uguale revisione necessaria va posta a valle, sulle singole stazioni appaltanti. L’introduzione dell’obbligo della stazione unica appaltante in capo agli enti locali piuttosto che semplificare ha di fatto complicato ed allungato le procedure. Occorrerebbe invece procedere in maniera piu semplice possibile o affidandone il compito a strutture snelle o rimettendo in capo agli stessi enti locali la possibilità di disporne in maniera autonoma. Facendo anche una scommessa di responsabilizzazione di ciascun operatore pubblico . E sulla piena legalità all’interno di ogni percorso. Non per forza di cose l’accentramento è lo strumento utile per evitare la corruzione. È il momento di fare il salto di qualità, scommettendo sulla piena correttezza istituzionale degli uomini incarnanti le istituzioni. Muoviamo, per una volta, dalla regola che deve essere quella della legalità rispetto alla quale la corruzione è una distorsione e deve essere solo un’eccezione.

Scommettiamo sulla voglia di ripresa e resilienza insita in ciascuno degli enti . Cominciamo a ragione in termini di efficacia del principio di immedesimazione organica della persona con l’organo che rappresenta. La semplificazione ed il raggiungimento del risultato passano a nostro avviso da queste scommesse.

Rimettiamo al centro il principio di sussidiarietà. In tal senso, proprio l’auspicata attribuzione del ruolo di organismo intermedio, anche di supporto nella rendicontazione ad opera dei singoli beneficiari, potrebbe essere un volano.

Non appare dubitabile che un’altra delle ragioni di ingessamento dell’utilizzo delle risorse è da ricercare nell’attuale quadro normativo di riferimento , il codice degli appalti, per la realizzazione delle opere. Occorre a nostro avviso immaginare una immediata disapplicazione di alcune norme e una specifica procedura semplificata per la realizzazione delle opere di cui al piano.

La semplificazione delle procedure che si fondi sulla riduzione dei tempi è a nostro avviso elemento imprescindibile per cogliere la straordinaria opportunità che ci viene offerta. Regimi speciali per procedure più rapide. Ad esempio, abolizione della clausola Stand still già in funzione delle soglie del D.L. Semplificazioni.

Occorre anche intervenire con una deroga sul contenzioso riducendo termini per la proposizione dei ricorsi anche introducendo, come per l’appello nel rito civile, una sorta di preliminare vaglio sull’ammissibilità dei ricorsi, il cd. “filtro” di cui agli artt. 342 e ss. Cpc. , in particolare l’art. 348 bis , sulla prognosi di fondatezza, introducendo anche disincentivi di carattere economico in capo all’operatore economico proponente il ricorso pretestuoso.

Insomma una procedura peculiare che sia anche una sorta di anticipazione di una riforma dell’intero impianto del codice. La gestione dei fondi quasi come una sorta di elemento prototipale prodromico ad una successiva applicazione generalizzata.

Ancora quanto al metodo, prodromico di un merito foriero di successi. E’ indubitabile che l’utilizzo delle risorse debba riguardare una visione unitaria dell’intera  area meridionale, fuoriuscendo dalle logiche campanilistica all’interno della medesima aree. La realizzazione delle singole progettualità seppure tutte meritevoli di apprezzamento se non ancorate ad un principio di disegno unitario finirebbe per realizzare una infrastrutturazione a macchia di leopardo, tale da generare alcunché nel medio e nel lungo periodo , finendo per assumere quasi i connotati di un ammortizzatore sociale per quel determinato periodo di realizzazione dell’opera per quel determinato periodo.

Quanto al merito, la nostra proposta è quella di una mobilità che nuova dal primario raccordo infrastrutturale con le singole realtà industriali che tenga conto soprattutto della partenza delle ZES. Muovendo da infrastrutture che siano in grado di collegare le varie parti della ZES nella medesima regione per poi collegare con le altre ZES in partenza fino al raccordo con le ulteriori ZES mediterranee attraverso l’utilizzo dell’autostrada del mare, in applicazione del principio comunitario.

Può apparire banale o semplicistico ma per far si che lo sviluppo determinato dai fondo europei per il pnrr non sia un beneficio tangibile soltanto nel breve periodo ma rimanga invece nel lungo periodo occorre tenere conto della circostanza che le ZES nascono per attrarre nuovi investimenti, quindi ulteriori produzioni e perciò ulteriore movimentazione di merci e di persone. Perciò, le opere devono essere quelle di implementazione delle infrastrutture per il trasporto anche delle ulteriori merci che vengono prodotte. Insomma una rete di mobilità che tenga conto di nuovi addetti e di nuovi merci. Ed in maniera semplicistica anche qui ragionare come in termini di unicum delle singole progettualità per far si che l’ulteriore “carico” “urbanistico” determinato dai nuovi insediamenti trovi infrastrutture adeguate capaci di supportarlo.

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