UE: diritti e ambiente responsabilità delle imprese

Nel corso della sessione plenaria tenutasi lunedì 8 marzo, i membri del Parlamento europeo hanno discusso la relazione redatta dalla Commissione giuridica sulla responsabilità delle imprese. Incrementare il commercio internazionale e ricorrere alla globalizzazione sono azioni che possono fare emergere molte opportunità di lavoro, nell’UE e non solo. Ma la concorrenza su scala globale non può giocarsi a discapito dei diritti umani, come lo sfruttamento dei lavoratori. Questi valori sono una priorità della politica estera UE, la quale adotta una politica commerciale che mira a promuovere e a tutelare i diritti umani nei paesi terzi, stipulando accordi commerciali preferenziali e introducendo restrizioni commerciali unilaterali. Su questa falsariga il testo adottato dal PE invita la Commissione europea a presentare una legge che obblighi le aziende dell’UE a risolvere gli aspetti problematici delle loro catene del valore, ossia quelli che potrebbero violare i diritti umani (compresi i diritti sociali, sindacali e del lavoro), danneggiare l’ambiente (per esempio, riguardo a ciò che concerne il cambiamento climatico) e non rispettare la buona governance. La UE vuole evitare che si verifichino altri casi come quello accaduto nell’Ogoniland, area sita nel sud-est della Nigeria, che negli anni è stata devastata da fuoriuscite di petrolio tossico. I pescatori e gli agricoltori lamentano che le fuoriuscite hanno rovinato la loro salute, l’ambiente locale e il loro sostentamento, la colpa è stata addebitata a delle compagnie petrolifere internazionali.

Il tema si presta a varie sensibilità, puntare su sostenibilità e rispetto dei diritti non è solo questione sociale, ma anche di lungimiranza economica. Un fondo come BlackRock, stiamo parlando dei massimi vertici mondiali nel campo dell’investimento, ha dichiarato tramite il suo CEO che punterà sempre di più su aziende che si impegnano su questo fronte. Pur senza essere un ente di beneficenza, BlackRock ha analizzato come le aziende ‘virtuose’, abbiano ritorni economici nel tempo sensibilmente superiore alle altre. Proprio per questo può apparire che fare la cosa giusta, non dia a un’impresa un vantaggio competitivo nel breve periodo. Ma la relazione del PE mostra anche che la mancanza di un approccio comune a livello europeo su questo problema, potrebbe portare uno svantaggio alle aziende più proattive sulle questioni sociali e ambientali. Le nuove norme interesserebbero tutte le grandi imprese dell’UE, così come le PMI quotate in borsa e le PMI che condividono con le aziende più grandi delle catene di approvvigionamento “rischiose”. Uno dei principali strumenti a disposizione dell’UE per tutelare i diritti umani e i diritti dei lavoratori nei paesi terzi è il sistema di preferenze generalizzate (SPG), un regime in base al quale 90 paesi in via di sviluppo godono di un accesso preferenziale al mercato dell’UE, a condizione che rispettino i diritti umani. In caso di violazioni sistematiche, l’accesso può essere revocato. La strategia dell’UE consiste nell’incoraggiare progressi graduali attraverso il dialogo e il monitoraggio. Il ricorso alle sanzioni avviene solo in casi estremi. L’SPG è stato sospeso tre volte: con il Myanmar nel 1997, la Bielorussia nel 2007 e lo Sri Lanka nel 2010.

La risoluzione adottata chiede che i vincoli siano estesi anche alle imprese al di fuori dei confini dell’UE, se queste intendono accedere al mercato interno europeo, dimostrando di rispettare gli obblighi di due diligence in materia di ambiente e diritti umani. Gli eurodeputati chiedono che siano meglio protetti i diritti dei portatori di interesse e delle vittime nei paesi terzi, e che venga vietata l’importazione di prodotti collegati a gravi violazioni di diritti umani, come il lavoro forzato o quello minorile. La relatrice Lara Wolters (Gruppo dell’Alleanza progressista di Socialisti e Democratici, Paesi Bassi) ha dichiarato: “il Parlamento europeo ha la possibilità di diventare un leader nella condotta responsabile delle imprese.  Per le imprese, stiamo creando condizioni di parità e chiarezza giuridica. Per i consumatori, stiamo garantendo prodotti equi. Per i lavoratori, stiamo offrendo più protezione. Per le vittime, stiamo migliorando l’accesso alla giustizia. E per l’ambiente, stiamo facendo un passo atteso da tempo“.

L’UE può anche imporre restrizioni commerciali unilaterali od obblighi di dovuta diligenza agli importatori al fine di garantire che il denaro proveniente dal commercio con l’UE non venga utilizzato per finanziare conflitti e violazioni dei diritti umani in questi paesi. L’UE si è altresì dotata di norme rigorose per impedire che beni e tecnologie di origine europea vengano usati altrove per finalità contrarie all’etica, come nel caso di sostanze mediche che potrebbero essere utilizzate nelle esecuzioni. Anche le importazioni di articoli la cui produzione è legata a violazioni dei diritti umani sono soggette a restrizioni, compresi i minerali provenienti da zone di conflitto e gli oggetti potenzialmente utilizzabili come strumenti di tortura. L’UE ha adottato misure per vietare l’importazione di minerali provenienti da zone di conflitto. L’UE si è dotata di una normativa per garantire che i prodotti e le tecnologie originariamente prodotti per uso civile in Europa non siano utilizzati per violare i diritti umani. I prodotti a duplice uso sono beni, software o tecnologie che, oltre allo scopo originario, possono essere impiegati a fini illeciti, ad esempio per sviluppare armi, compiere attacchi terroristici, spiare i cittadini, infiltrarsi nei sistemi informatici, piratare i computer o intercettare i telefoni cellulari.

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