L’atomizzazione della politica

Mario Draghi ha scolpito in una frase memorabile una realtà sempre più evidente: non c’è sovranità nella solitudine. Questo è vero sul piano esterno, e solo pochi ottusi o nostalgici non accettano che, al di fuori delle grandi aggregazioni occidentali come Europa e NATO, saremmo soli ed esposti a tutti i venti. Ma è vero anche all’interno: nessuna ideologia, per quanto legittima, nessun interesse di classe, può fare da sé, tutti abbiamo bisogno di tutti gli altri (la pandemia ci ha servito da terribile lezione) e anche questo Mario Draghi l’ha detto con eloquente chiarezza.

L’aggregazione di forze opposte creatasi attorno al suo governo parrebbe indicare che questa realtà è stata compresa, anche se non credo proprio che possa durare indefinitamente nel tempo o diventare addirittura sistemica (come in Svizzera). Un’altra indicazione positiva parrebbe venire dall’iniziativa di creare un intergruppo parlamentare che riunisca i partiti che hanno sostenuto il secondo governo Conte, magari con un documento programmatico comune. Si tratta, va da sé, di un’iniziativa che va in senso contrario alla tendenza unanimista, giacché tende a identificare e delimitare all’interno della maggioranza attuale un polo sufficientemente coeso, potenzialmente alternativo a quello di destra quando si tornerà alla normale dialettica politica (per esempio quando si dovrà scegliere il nuovo Capo dello Stato). Non penso che sarà un’impresa agevole (i renziani ci saranno o no?) ma è un passo nella buona direzione.

Non so se tutto questo possa efficacemente contrastare il fenomeno opposto della crescente atomizzazione che affligge il nostro sistema politico e non ha paragoni in nessun’altra democrazia moderna. Basta scorrere la lista delle consultazioni rituali del Presidente della Repubblica per rendersene conto, ma ogni settimana o giù di lì leggiamo di un nuovo sottogruppo o gruppuscolo che si stacca dal nucleo principale e va per conto suo, a destra, al centro e, va da sé, a sinistra.  La ragione è facile cercarla nell’estremo individualismo degli italiani. Dal tempo della caduta delle grandi ideologie portanti, pochi accettano che nessuna parte politica può rappresentare tutte le loro idee, anche su temi o aspetti minori, o che le grandi scelte impongono omissioni e sacrifici e che il solo correttivo possibile è l’accettare le linee decise a maggioranza, perché se no non c’è sistema che possa funzionare, ma solo caos. Tutti vorremmo avere un partito completamente su misura, disegnato da ciascuno e per ciascuno. Naturalmente, pesano anche l’ambizione e la vanità degli aspiranti capi e capetti: ambizione di comandare, anche una pattuglia minuscola, piuttosto che accettare ruoli subalterni; vanità di apparire, da quando la TV e la stampa hanno preso ad amplificare a dismisura le posizioni anche obiettivamente minori, specialmente se sono di dissenso. Basta vedere che aria solenne, istituzionale, sicura di sé, assumono personaggi non proprio rilevanti quando fanno le loro dichiarazioni al Quirinale all’uscita dello studio presidenziale. Sono i loro 10 minuti di gloria e non li cederebbero facilmente per rientrare nel relativo anonimato.

Tot capita, tot sententiae: l’antico motto romano andrebbe anche bene, se non fosse poi ogni volta così arduo realizzare quel minimo di sintesi che permetta ad un esecutivo di formarsi e funzionare un tempo decente.

Bisogna riconoscere che una legge elettorale proporzionale, che certamente ha il vantaggio di garantire a tutte le tendenze, anche minori, di avere una voce in Parlamento, è una ricetta sicura di atomizzazione. L’alternativa maggioritaria (secca o a doppio turno) che garantisce la stabilità in paesi come la Francia, la Gran Bretagna e gli USA, difficilmente riuscirà a passare in Italia, dove abbiamo inventato ogni sorta di correttivi per, alla fine, annacquarla, e ha anch’essa qualche serio inconveniente, a cominciare dalla scarsa o inesistente tutela delle minoranze.

Saggiamente, Draghi non ha parlato di legge elettorale nel suo discorso programmatico (Conte aveva parlato di proporzionale, penso per attirare il consenso dei gruppetti minori di cui aveva bisogno al Senato). La questione resta dunque rimessa all’iniziativa parlamentare.

Non so quale legge possa uscire dalle Camere attuali. Lega e PD dovrebbero avere interesse a far passare un sistema maggioritario, ma i 5Stelle non saranno d’accordo. Un interesse comune, però, almeno dovrebbero averlo tutti e tre: il solo correttivo possibile alla proporzionale, cioè una soglia di sbarramento finalmente seria (il 10% sarebbe l’ideale).

È possibile? Non lo so. E forse non basterebbe: l’esperienza insegna che, una volta eletti in una grande lista, molti parlamentari passano poi dall’altro lato (il caso dei grillini è flagrante, ma non è il solo) e tornano a formare i loro minigruppi. I regolamenti parlamentari possono essere modificati in modo da rendere il fenomeno dei nuovi gruppi più difficile, alzando di molto il numero dei componenti richiesti, ma chi vuole troverebbe sempre il modo per fare di testa propria (c’è sempre il Gruppo Misto, nel quale ci sono le varie “componenti” autonome, ognuna delle quali sfila tutta contenta al Quirinale). Forse il Capo dello Stato potrebbe limitare le consultazioni ai soli gruppi parlamentari che abbiano  un certo numero di membri (ma non lo farà, perché susciterebbe grida di antidemocrazia).

I rimedi ci sono, anche estremi, ma dubito proprio che siano attuabili. Eppure, se non si fa qualcosa, l’atomizzazione elettorale e poi parlamentare può diventare un vero cancro per la nostra democrazia, a meno che il “miracolo” realizzato da Mario Draghi, o il consolidamento di due poli stabili e autonomi, centro-destra e centro-sinistra, non diventino permanenti.

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