I settantasette giorni di Trump

Per 77 giorni, da quello delle elezioni, Trump ha promosso la scandalosa teoria della frode. E l’ha condotta avanti con paranoica insistenza, ricorrendo dapprima a mezzi legali poi, questi essendosi dimostrati vani, a manovre di tutti i generi. Che alla fine non sia riuscito a impedire il giuramento di Joe Biden a Presidente è quasi un miracolo, dovuto alla coscienza di qualche decina di giudici, governatori e anche parlamentari repubblicani che si sono rifiutati di avallare un così scoperto attentato alla democrazia e alle istituzioni. Sarebbe bastato che alcuni di essi cedessero al boss, e l’avvento di una nuova Amministrazione sarebbe restato in forse, o avrebbe come minimo portato a un pericoloso e lungo periodo di battaglie, nelle quali alla fine anche la sinistra sarebbe scesa in piazza.

Tutti abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando la vicenda è apparsa chiusa il 20 gennaio. Ma un’accurata ricostruzione dei 77 giorni, pubblicata dal New York Times il 1 febbraio, ha documentato in modo convincente e dettagliato che la criminale opera di Trump è stata secondata da un numero non indifferente di avvocati senza scrupoli, finanzieri e gruppi di estrema destra, specie quando dalle aule di giustizia è passata alla diffusione di assurde teorie cospirative (in mancanza di meglio, la favola di macchine per il conteggio dei voti truccate a favore di Biden), nello scellerato tentativo di cancellare il voto di milioni di americani. Anche dopo la vergogna dell’attacco del 6 gennaio al Congresso, più di cento deputati e quattro o cinque senatori repubblicani hanno continuato a sostenere un Presidente ormai squalificato agli occhi di tutto il mondo, e neppure la perdita dei due seggi in Georgia è bastato a convincerli ad abbandonarlo.

Abbiamo, ripeto, tirato un sospiro di sollievo quando, come in un vecchio “western”, il cattivo è stato sconfitto e il bene ha vinto. Ma nei vecchi western il cattivo scompariva per sempre. In questo caso, è vivo e vegeto, coltiva ambizioni di ritorno (4 anni non sono poi tanti) e soprattutto resta intatta la fitta e diffusa rete di complicità che gli ha permesso di andare avanti per anni impunemente. Non ci si illuda: la soppressione dei profili personali su Twitter e Facebook non basta. I gruppi di estrema destra isolazionista e razzista che si riconoscono in Trump sono presenti e hanno persino tessuto una intensa trama di contatti, occulti e palesi, con gruppi analoghi in Europa, specialmente in Germania. La destra antidemocratica e razzista non ha abbassato la testa. Il drago resta vivo e pronto a sputare fuoco.

Vincerlo o ridurlo ai margini spetta naturalmente a Biden e ai democratici, ma soprattutto all’ala repubblicana sana, conservatrice ma rispettosa delle le istituzioni e legata al normale gioco democratico. Questa parte ha alcuni esponenti di prestigio, come il leader repubblicano al Senato, McConnell, ma il grosso del partito stenta a smarcarsi da un Trump che ha ancora vasto appoggio nell’elettorato. E credo che questo si vedrà nel dibattito sull’impeachment che inizia il 6 febbraio al Senato, dove è assai probabile che non la coscienza, ma servilismo, paura, o squallido calcolo politico guideranno la mano di tanti repubblicani. Tanto più che Trump pare abbia scelto una strategia difensiva che non punta tanto sulla negazione dell’incitamento alla rivolta del 6 gennaio, quanto sulla ripetuta teoria dell’elezione rubata, il che metterà molti repubblicani di fronte al dilemma se accettare, implicitamente, con il loro voto questa disgraziata teoria o abbracciare finalmente il legittimo risultato di un’elezione democratica e cominciare a guardare al futuro di un partito ricostruito e spostato al centro. Dove le elezioni si vincono o si perdono.

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