Il Parlamento Europeo boccia il Recovery Fund

L’accordo raggiunto in Consiglio Europeo ha finalmente prodotto la nascita del Next Generation EU, il cui ammontare è rimasto immutato a 750 miliardi, ma è cambiata la composizione aumentando la quota destinata a prestiti portata a 360mld e calando la parte sussidi che scende sotto la soglia psicologica dei 400mld fermandosi a 390mld. Con i Recovery Funds l’ammontare totale messo in campo dall’Europa supera i 2000mld stanziati dagli USA, lo sforzo dell’Europa è evidente e sostanziale.

I giochi parevano teoricamente fatti vista la firma di tutti gli stati membri, anche perché la governance prevede che solo il Consiglio è titolare della questione, e quindi non prevede la partecipazione del Parlamento Europeo come co-legislatore, ma questo è vero solamente in parte e in linea teorica. I Recovery Instruments si inseriscono all’interno del bilancio a lungo termine UE 2021-2027 ove è necessario l’accordo tra Commissione, Consiglio e Parlamento, e il problema del taglio al bilancio per i rebates, gli sconti, concessi in larga misura ai ‘paesi frugali’ per ottenerne l’assenso, non è stato gradito dal Parlamento Europeo. L’accordo raggiunto sul Fondo di ripresa nel recente Consiglio europeo è stato qualificato come “storico” da molti deputati, poiché per la prima volta i Paesi UE hanno accettato di emettere un debito congiunto di 750 miliardi di euro. Tuttavia, la maggior parte dei deputati non è “soddisfatta” dei tagli apportati al bilancio a lungo termine (Quadro finanziario pluriennale, QFP).

In una sessione plenaria straordinaria, il PE ha valutato l’accordo del Consiglio del 17-21 luglio su finanziamento UE e Piano di ripresa per affrontare le conseguenze della pandemia, e nel dibattito con i Presidenti del Consiglio e della Commissione, Charles Michel e Ursula von der Leyen, molti deputati hanno sottolineato come la questione del rimborso del debito non sia stata risolta e hanno insistito sul fatto che l’onere non deve ricadere sui cittadini e che deve essere garantito un solido sistema di nuove risorse proprie che includa una tassa digitale o prelievi sul carbonio, e chiedono un calendario vincolante per la loro introduzione. Proprio sui rebates concessi si sono scagliati gli strali degli eurodeputati, “l’UE non è un bancomat per i bilanci nazionali, deploriamo che i Paesi frugali non vogliano pagare il prezzo per beneficiare del mercato unico”. Inoltre hanno attaccato l’annacquamento sul discorso diritti civili inserito in calce al Next EU per tacitare l’Ungheria di Orban, insistendo sul fatto che nessun fondo debba andare a governi “pseudo-democratici” che non rispettano lo Stato di diritto e i valori dell’UE. “Non siamo pronti ad inghiottire il boccone del QFP“, ha affermato Manfred Weber (PPE). Secondo il leader del gruppo S&D Iratxe García Pérez non si dovrebbero accettare i tagli, “Non in un momento in cui dobbiamo rafforzare la nostra autonomia strategica e ridurre le disparità tra gli Stati membri“.

All’Italia toccheranno 208,8 miliardi (81,4 tramite sussidi a fondo perduto e 127,4 di prestiti), ma sono sorti alcuni equivoci riguardo la voce ‘sussidi’. La UE non ha fondi propri, quindi sarà emesso un bond con rating AAA, quindi a tassi bassissimi che l’Italia si sarebbe sognata, per TUTTI i 750mld, non solo per la parte ‘prestiti’. E anche qui sono venute alla luce molte perplessità da parte degli eurodeputati, che si sono dichiarati scettici nei confronti di nuove risorse proprie capaci di generare abbastanza per ripagare tutto il debito e hanno avvertito che la crisi non dovrebbe essere usata come pretesto per un’ulteriore integrazione dell’UE. La maggior parte ha comunque sottolineato che il Parlamento è pronto a negoziati rapidi per apportare i necessari miglioramenti alla posizione del Consiglio.

La strada per l’emissione dei Recovery Fund si fa quindi complicata, anche se si era previsto che l’assenso dei parlamenti nazionali fosse solo sulla quota parte propria, evitando quindi pericoli come la Vallonia sul CETA. Probabilmente si era sottovalutata la decisione del PE di voler contare nel processo di redazione del LTB, il bilancio a lungo termine da parte del Consiglio Europeo. Nella risoluzione finale il PE ha scritto che si tratta di un passo positivo per la ripresa a breve termine, ma restano inaccettabili i tagli al bilancio a lungo termine. E’ assolutamente necessaria la supervisione democratica del Piano di ripresa prevedendo un impegno vincolante su nuove fonti di entrate UE e un meccanismo chiaro che colleghi il finanziamento UE al rispetto dello Stato di diritto. I deputati sono pronti a porre il veto al bilancio a lungo termine, se l’accordo non verrà migliorato. L’accordo tra Consiglio, Commissione e PE vede la ratifica di 30 programmi e 10 regolamenti, sul bilancio a lungo termine dell’UE (Quadro finanziario pluriennale – QFP), i deputati criticano i tagli apportati ai programmi orientati al futuro poiché “mineranno le basi di una ripresa sostenibile e resiliente“. I programmi faro dell’UE relativi a clima, transizione digitale, salute, gioventù, cultura, infrastrutture, ricerca, gestione delle frontiere e solidarietà sono a rischio per via di “Un calo immediato dei finanziamenti dal 2020 al 2021. Inoltre, dal 2024, il bilancio dell’UE nel suo complesso sarà al di sotto dei livelli del 2020, mettendo a rischio gli impegni e le priorità dell’UE”. Il Parlamento non accetta l’accordo politico del Consiglio europeo sul QFP 2021-2027 nella sua forma attuale e “non è disposto ad avallare formalmente una decisione già presa”. I deputati sono pronti “a non concedere l’approvazione” per il bilancio a lungo termine dell’UE, fino a quando non sarà raggiunto un accordo soddisfacente nei prossimi negoziati tra il Parlamento e la Presidenza tedesca del Consiglio, con l’obiettivo di ottenerlo entro la fine di ottobre, per non compromettere un avvio agevole dei nuovi programmi dal 1° gennaio 2021. Tuttavia, nel caso in cui il nuovo QFP non fosse adottato per tempo, l’articolo 312, paragrafo 4, del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea prevede la proroga temporanea del massimale dell’ultimo anno dell’attuale QFP (2020), e ciò sarebbe pienamente compatibile con il piano di ripresa e l’adozione dei nuovi programmi del QFP.

Il PE non solo deplora con forza l’atteggiamento del Consiglio Europeo che approvato un accordo al ribasso sui diritti andando a ledere l’opera della Commissione e dello stesso PE, ma lo accusa di non avere approfondito in modo esauriente le modalità di rimborso e che non siano previste forme di finanziamento diretto del bilancio UE tramite una politica fiscale autonoma. Il Parlamento non accetta l’accordo politico del Consiglio europeo sul QFP 2021-2027 nella sua forma attuale e “non è disposto ad avallare formalmente una decisione già presa”. I deputati sono pronti “a non concedere l’approvazione” per il bilancio a lungo termine dell’UE, fino a quando non sarà raggiunto un accordo soddisfacente nei prossimi negoziati tra il Parlamento e la Presidenza tedesca del Consiglio, con l’obiettivo di ottenerlo entro la fine di ottobre, per non compromettere un avvio agevole dei nuovi programmi dal 1° gennaio 2021.

Appare chiaro che la posizione molto forte assunta dal PE imporrà tempi ancora più lunghi e sicuramente non si vedranno i fondi prima del 2° trimestre 2020, se non oltre. Questo non farà altro che rinfocolare le polemiche sul MES che invece è disponibile subito e con molte meno condizioni dei Recovery Instruments. Quest’ultimo ha tutta una serie di vincoli su destinazione e risultato che sono molto più stringenti della semplice destinazione d’uso sanitaria del MES, con cui condivide solo il fatto di essere uno strumento asimmetrico.

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