Brexit, cosa succederà adesso

La Brexit si farà il 31 gennaio, senza se e senza ma. Non vi pentirete di averci votato, ascolteremo la vostra voce. È la più grande vittoria dagli anni 80, quando molti di voi non erano neanche nati. Adesso uniamo il Paese per la prima volta!”, in questa dichiarazione del premier uscente e subito reinsediato Boris Johnson nel discorso della vittoria dopo le elezioni inglesi, è racchiuso il risultato e il futuro del Regno Unito. Secondo la Bbc, questo è il risultato migliore dei Tory dal 1987, dai tempi di Margaret Thatcher, complice l’ondivaga guida di Corbyn che si è dimostrato uno dei peggiori leader labour della storia, la cui posizione sulla Brexit non è ancora chiara. Ma deve pensare forse che improvvisamente la stragrande maggioranza degli inglesi sia diventata pro-Brexit? La verità è probabilmente nel voler mettere fine all’incertezza che ha caratterizzato questi ultimi due anni, con uno stress politico che ha paralizzato il Parlamento e causato le dimissioni di Theresa May.

Cosa aspettarsi adesso? La chiarezza attuale sulla scadenza della Brexit, il 31 gennaio prossimo, ha fatto balzare in alto la borsa sterlina e borsa di Londra, ma è un entusiasmo destinato a durare? Un minimo di prudenza è d’obbligo, fondamentale è l’irrisolto dilemma di una uscita ordinata con accordo o un no-deal senza mezzi termini. Riepiloghiamo velocemente gli aspetti di cui abbiamo già parlato in passato, libertà di movimento delle persone, ci vorrà nuovamente il passaporto per entrare e uscire dalla Gran Bretagna? Da Calais passano oggi 10.000 tir al giorno, se dovranno fare dogana la logistica inglese semplicemente collasserà nel giro di una settimana. Tutti i beni prodotti e importati nel Regno Unito per varcare i confini europei dovranno rispettare la normativa europea, ovverossia un produttore di automobili inglese sarà costretto a omologare la propria vettura secondo le norme inglesi e, volendo accedere al primo mercato mondiale, aggiungervi l’omologazione europea, probabilmente più stringente, con conseguenti maggiori costi. Last but not least, il famoso backstop al confine tra Repubblica d’Irlanda (Europa) e Nord Irlanda (Regno Unito). No deal significa confine fisico, tornare a dividere il paese e riaccendere gli attriti che hanno causato una guerra sanguinosa.

Trump esulta e annuncia grandi accordi commerciali tra USA e Gran Bretagna, ma l’entusiasmo di Washington è logico, gli inglesi pensano veramente di ottenere vantaggi in una trattativa bilaterale? Il peso contrattuale dell’Europa con il suo mercato da mezzo miliardo di consumatori con un surplus commerciale superiore alla Cina è enormemente superiore a quello del singolo Regno Unito, che a confronto del gigante USA appare come un nano a tavolo con un gigante.

Le possibilità di un accordo più favorevole per Londra si scontra con la freddezza del fronte europeo, che dopo avere concesso tutto il possibile nel tempo a Londra, ora si vede tradito dalla Brexit. Il Presidente del Consiglio UE Charles Michel auspica un addio il più veloce possibile: “Mi congratulo con Boris Johnson e mi aspetto che il Parlamento britannico ratifichi il prima possibile l’accordo. La Ue è pronta a discutere gli aspetti operativi delle relazioni future”. Non si è dimostrata molto più calorosa il Presidente della Commissione Europea Ursula Von del Leyen “Siamo pronti a negoziare quanto necessario e attendiamo di valutare i prossimi fatti, vedremo se è possibile per il parlamento britannico accettare l’accordo di uscita e se così è saremo disposti a compiere il prossimo passo”.

La situazione in Gran Bretagna è tutt’altro che florida, con una sanità che vede molti progetti annunciati e pochi fatti, i medici generalisti combattono contro la necessità di visitare i pazienti in 12 minuti, Johnson ha promesso di occuparsene nel prossimo futuro, ma il presente non è rassicurante. Il 33.6% dei bambini del Regno vive sotto la soglia della povertà, mancano i fondi per pagare gli insegnanti, luce e riscaldamento. Come potrà il nuovo governo di Sua Maestà fare tutto questo in uno scenario che vede un outlook a tinte fosche non è dato sapere. I dati sulla Brexit no deal in mano al governo scozzese e confermati dai documenti usciti di striscio dalle stanze del governo May parlano di un calo del pil che sfiora la doppia cifra. Proprio la Scozia di Nicola Sturgeon ha espresso il suo voto in una direzione totalmente difforme dal resto del Regno Unito: “La Scozia ha detto di nuovo no a Boris Johnson e alla Brexit e desidera un futuro diverso da quello scelto dal resto del Regno Unito. Il nostro messaggio ha avuto un enorme successo.”. Così Nicola Sturgeon, leader degli indipendentisti dell’Snp, primo partito scozzese che ha riscosso un successo senza precedenti e vanta ora una maggioranza larghissima nel parlamento di Edimburgo, ha riaperto la sfida a Londra per un secondo referendum sulla secessione. Un primo documento in tale senso è già stato inviato alla Regina, un avvertimento al governo di BoJo che la Scozia potrebbe essere una spina conficcata nel fianco del suo governo.

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