Parigi brucia?

Un film di molti anni fa s’intitolava Parigi brucia? e raccontava la storia di un ordine dato da Hitler alle truppe tedesche (che stavano per abbandonare la capitale francese davanti all’avanzata alleata) di incendiare e distruggere tutta la città. Ordine che per fortuna fu disatteso dal comandante tedesco. Dopo 74 anni, Parigi per qualche giorno ha bruciato davvero, ad opera dei cosiddetti “gilet gialli” che non hanno esitato a mettere a ferro e fuoco uno dei luoghi più civili e più carichi di storia e di memorie del  mondo. Non vale la pena discutere qui le loro rivendicazioni; siano fondate o no, nulla giustifica una violenza così cieca e brutale.

Chi è dietro tanta furia selvaggia? A chi giova? Certo, la risposta immediata è: una sinistra radicalizzata e insofferente di ogni regola di convivenza civile. Ma non occorre forse troppa fantasia per vedere qualche “manina” segreta. Una delle teorie che circolano è che ci siano dietro i servizi russi. Un’altra, che siano gli americani. D’istinto diffido delle teorie cospirative; ma non faccio fatica a capire che per Putin, come per Trump, l’interesse a mettere in crisi la Francia, centro perno dell’Europa, sia forte e non troppo occulto (basta vedere gli incredibili commenti del Presidente USA, giustamente respinti da Parigi; Putin è molto più sofisticato).

Una lezione però va tratta da questi eventi: Macron ha creduto di fare una cosa giusta e necessaria introducendo nuove norme fiscali che tendono, da un lato, a ridurre il deficit di bilancio che si trascina da anni, dall’altro a ridurre le emissioni di gas che nuocciono all’ambiente, in esecuzione degli obblighi assunti con l’Accordo di Parigi. Ha fatto il suo dovere, ma ha dimostrato una verità sempre più evidente: le riforme necessarie a sanare crisi e far progredire la società non possono essere più imposte dall’alto, ma vanno discusse con tutti gli attori sociali e devono fare oggetto di un ampio consenso. Altrimenti sono destinate a essere fortemente combattute e al limite a fallire (le velleità del Governo italiano lo dimostrano).

Il Governo francese ha fatto in gran parte macchina indietro. Non aveva altra scelta e la Commissione europea gli è subito venuta incontro permettendo un deficit del 3% (cioè nei limiti di Maastricht, ma certo più alto di quello che si vorrebbe consentire all’Italia, cosa obiettivamente giustificata dalla differenza di peso dei rispettivi debiti pubblici). Ma se le riforme erano necessarie, il problema resta aperto per il futuro e si riproporrà almeno dopo le elezioni europee.

Nel frattempo, la Francia è stata colpita di nuovo da un feroce atto di terrorismo.  Può darsi che la pronta ed efficace reazione delle forze di sicurezza (colpevoli tuttavia, come ho scritto più volte, di carenze nella prevenzione) e lo stesso lutto per le vittime, aiuti Macron (qualche imbecille dei “gilet gialli” ha persino avanzato il dubbio che l’attentato di Strasburgo sia stato organizzato dallo stesso Governo per stornare l’attenzione dal malessere sociale).

Vorrei però che dalle parti della Lega e di 5Stelle si evitasse di rallegrarsi per i problemi della Francia. In un momento in cui la Gran Bretagna attraversa una delle peggiori crisi politiche e la Germania è nell’incertezza per la successione alla Merkel, l’Europa è più fragile. Perciò c’è bisogno di una Francia autorevole e forte, che conduca avanti il suo dovere di rafforzare e migliorare l’Europa. Ripetiamocelo senza stancarci: fuori o senza l’Europa, un’Europa unita e forte, anche noi saremmo dei nani sbattuti da tutti i venti. E presto o tardi una semi-colonia russa. Se non cinese.

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