Scuola e insegnamento, concetti scaduti?

L’anno scolastico è ai suoi sgoccioli e le cronache riportano i casi di due docenti aggrediti dai genitori di alunni in un caso per la mancata interrogazione e, nell’altro per una bocciatura.  Risale invece all’inizio dell’anno la notizia della promozione di uno studente alla classe superiore mediante una sentenza del TAR. Durante l’anno abbiamo avuto a più riprese notizie di scuole devastate durante autogestioni e occupazioni; all’interno della Sapienza a Roma si è tenuta una “festa” con abbondanti fiumi di alcool e alcuni ragazzi che si sono sentiti male a causa del troppo bere e altro. Gli episodi di bullismo nelle classi non sono stati certo pochi, e parliamo solo di quelli denunciati immaginando che esista come nella criminalità, il Dark Figure of Crime (o Dark Number): un altissimo numero di episodi non denunciati per paura, vergogna, timore di ritorsioni o, nel caso delle scuole, per il buon nome degli istituti e lavare i panni in famiglia.

In un’indagine dell’Economist Intelligence Unit in cinquanta tra i paesi più sviluppati l’Italia al 25° posto. Non è un piazzamento di cui andare fieri, specialmente quando considerando che siamo tra i paesi con il più alto numero di istituti privati, parificati, riconosciuti e così via, dove è possibile svolgere tre anni in uno o, come pubblicizzato in questi giorni, ottenere una promozione nei mesi estivi. Con quali metodi e qualità di insegnamento è tutto da vedere.

Non è quindi impossibile che, in un non lontano futuro, troveremo a ricoprire importanti incarichi qualcuno che ha ottenuto la licenza elementare perché gli insegnanti temevano di essere aggrediti dai genitori; quella media con un ricorso al TAR; un diploma preso con il sistema dei tre anni in uno e la laurea con il sistema di dieci esami in otto mesi. Potremmo addirittura rendere più drammatica la trama e fargli ottenere il posto di lavoro con una raccomandazione e l’assegnazione di un incarico dirigenziale (magari primario medico) con un ricorso al Consiglio di Stato che annulla per vizi formali la nomina di altro candidato. Titoli di coda e torniamo alla realtà (?).

Ma non prima, però, di ricordare che la magistratura è stata interessata per impedire che prestigiosi istituti potessero tenere corsi esclusivamente in lingua inglese in materie in cui, sul piano operativo, l’italiano è spesso (e forse purtroppo) inutile e, infine, per non farci mancare niente, la querelle ancora aperta se un non italiano possa ambire alla direzione di un museo Italiano. Senza dimenticare i docenti universitari coinvolti in concorsi truccati per favorire i propri candidati Vicende non strettamente connesse, ma che si aggiungono al quadro complessivo della situazione in cui si trova il sistema dell’Istruzione in Italia, schiacciato tra difficoltà logistiche e operative, nuovi contesti e dinamiche familiari, istanze verso un sistema più moderno e adeguato che si scontrano con forti resistenze verso un metodo obsoleto, attaccato a diritti quesiti e preconcetti, sconnesso dai nuovi contesti sociali che, viceversa, dovrebbe insegnare ad affrontare.

Inutile negarlo; la scuola ha perso definitivamente il ruolo di guida che aveva in passato, quando il poterla frequentare era un privilegio e un’opportunità che spingeva nel percorso di studio. Il Diritto allo studio è innegabile, ma è stato confuso con il diritto ad avere in mano un pezzo di carta indipendentemente dai mezzi usati e dai risultati finali senza tenere più di conto che cosa sia l’istruzione che, forse, è il momento che venga sostituita con la più corretta EDUCATION. Non è esterofilia consigliare di usare questo termine, ma il suo reale significato di preparazione complessiva per l’ingresso nel mondo del lavoro. Un concetto forse a noi sconosciuto.

Sulle cause possono aprirsi infiniti dibattiti inutili come un talk show televisivo; ciò che viene richiesto sono le soluzioni. Sarà una sfida non da poco per i prossimi governi, ma la strada potrebbe essere già intrapresa riconsiderando l’importanza che avevano i purtroppo aboliti esami di seconda e quinta elementare. Essere bocciati forse era una vergogna, ma aveva un senso; così come lo avrebbe un maggior rigore in quelli di terza media.

Altro punto da prendere in considerazione potrebbe essere l’abolizione del valore legale del titolo di studio per una svolta, almeno in alcuni settori, verso una vera democrazia. Sarebbe un inizio.

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