Il PD nel labirinto

La Direzione del PD convocata per domani è certamente una delle più importanti nella storia della Seconda Repubblica. Importante per il partito, ma soprattutto per il Paese e il suo futuro.

Sulla carta, la Direzione dovrebbe scegliere tra autorizzare o negare l’avvio di un confronto con i 5 Stelle, in vista della formazione di una maggioranza di governo. Non, quindi, un accordo a priori, ma una verifica. Il Segretario reggente Martina ha anticipato che, in caso di accordo, sarebbe normale consultare la base del partito. Non sono d’accordo. Il PD, come ogni altra forza politica, deve rendere conto innanzitutto ai suoi elettori, ma è comprensibile che Martina abbia voluto in qualche coprirsi le spalle.

Dire sì e dire no alla trattativa sono due posizioni che hanno ambedue una spiegazione legittima. Dipende da quale punto di vista ci si pone. Se da quello dell’interesse di partito, l’arroccarsi su una posizione di deliberata opposizione si spiega. È nell’opposizione che una forza – se ha la capacità di affrontare una traversata nel deserto non breve – può rigenerarsi e recuperare consensi, profittando degli inevitabili errori di chi governerà. Se però si considera l’interesse del Paese e anche quello, più elevato, della sinistra e dei suoi ideali, il discorso è diverso. Durante tutta la campagna elettorale, la possibilità di un governo Lega-5 Stelle è stata additata, magari esagerando, come una catastrofe per l’Italia. Ma si tratta di una possibilità molto concreta, se non in questa legislatura, almeno come risultato di nuove elezioni di breve termine, nelle quali le due forze in questione confermeranno e, nel caso della Lega, aumenteranno i loro consensi.

Se questo accadesse in un nuovo Parlamento, Lega e 5 Stelle da soli potrebbero avere la maggioranza. In questo caso sarebbero marginalizzati non solo il PD, ma FI e Berlusconi (come si è visto nel Friuli-Venezia Giulia), che comunque rappresentano un argine di ragionevolezza rispetto all’estremismo salviniano. Sia capriccio e ripicca, sia ragionamento, il PD avrebbe spinto per un’Italia spostata a destra, razzista, nazionalista e antieuropea. Un’Italia allineata sui vari Orban continentali e ai piedi di Putin. Un’Italia che volta le spalle alle grandi democrazie europee. È questo che il PD vuole, il “tanto peggio, tanto meglio”? Se non è così, ha il dovere di cogliere la sola occasione che si presenta di evitarlo, anche se ciò significa nell’immediato un costo politico. Altrimenti, si assume una responsabilità immensa.

Il tormento nel PD è comprensibile. Ogni decisione comporta una scelta e ogni scelta un rischio. In questa, giocano non solo considerazioni razionali ma elementi d’incontrollabile irrazionalità: risentimenti, calcoli personali, sete di una impossibile rivincita.

In un partito, e in un Paese, seri queste decisioni vanno prese con un confronto sereno e serrato, nelle sedi competenti. Così pareva stesse accadendo. L’uscita di Matteo Renzi a “Che tempo che fa” ha peraltro completamente spiazzato la Direzione, rendendola vuota di contenuto. Cosi facendo, l’ex Segretario ha compiuto un gesto di scorrettezza e di arroganza, che a posteriori contribuisce a spiegare il disastro in cui ha condotto il suo partito e l’intera sinistra. Giustamente Martina e altri sono insorti ma, temo, hanno poco da fare. In queste condizioni, il dialogo con Di Maio diventa quasi impossibile.

L’argomento usato da Renzi per giustificare il no a un accordo non sta né in cielo né in terra. A specchio delle analoghe declamazioni berlusco-salviniane, l’ex Premier sostiene una specie di divieto al PD di governare, essendo stato battuto, e un ipotetico mandato degli italiani ad altre forze a governare insieme. Abbiamo il coraggio di dirlo chiaramente: non abbiamo avuto un’elezione uninominale, che decide nettamente vincitori e vinti, dando ai primi la maggioranza del 50 più uno. Gli elettori hanno distribuito i loro suffragi tra tre forze politiche, rendendo necessario un accordo tra due di esse. Non sta scritto da nessuna parte che siano Centrodestra e 5 Stelle a doversi accordare (meno che mai 5 Stelle e Lega, che da sola ha preso meno voti del PD). I due vincitori relativi non si sono potuti finora mettere d’accordo. È logico e democratico che spetti alla terza forza rientrare in gioco. Chi lo nega ha una strana concezione della democrazia parlamentare e parla a vanvera.

Matteo Renzi ha fatto molte cose giuste e commendevoli. Poi ne ha sbagliata una fondamentale, le riforme. Non ha saputo mantenere l’unità della sinistra, ha alimentato diaspore e risse da pollaio che hanno causato la caduta verticale del PD. Un leader che è stato così clamorosamente sconfessato dalla gente dovrebbe, per decenza, farsi da parte. Ora, invece, sta facendo quello che ha accusato i suoi avversari interni di fare: dividere ulteriormente il PD e sinistra e spingerlo in un labirinto da cui sarà difficile uscire.

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