Armi chimiche in Siria, storia di uno smacco

Dall’inizio del conflitto, il regime siriano è stato accusato più volte di aver utilizzato armi chimiche. Tuttavia, un accordo concluso nel 2013 sotto l’egida della Russia, prevedeva la distruzione di questo arsenale. Cosa è successo?

Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia, nella notte tra il 13 e il 14 Aprile, hanno bombardato con un’azione congiunta un “centro di ricerca e “due centri di produzione” destinati all’armamento chimico siriano. Azioni militari che i tre alleati giustificano con il superamento della “linea rossa”, definita da Barack Obama nel 2012: l’utilizzo di armi chimiche da parte del regime di Bachar al-Assad. Dall’inizio del conflitto in Siria nel 2011, le forze in azione, soprattutto quelle del regime (ma probabilmente non solo quelle del regime), sono state accusate più volte di aver fatto uso di armi chimiche. Nel 2013, per evitare l’escalation del conflitto, è stato siglato un accordo russo-americano  sulla distruzione dell’arsenale chimico del governo siriano. Cinque anni dopo, pare che lo smantellamento non sia stato portato a buon fine.

Nel Luglio del 2012, il regime di Bachar al-Assad ha riconosciuto di essere in possesso di armi chimiche. La reazione dell’allora Presidente americano, Barack Obama, è arrivata un mese dopo con una dichiarazione nella quale affermava che l’utilizzo di armi chimiche rappresentava una “linea rossa” da non oltrepassare, pena “imponenti conseguenze”. All’epoca, gli Stati Uniti erano assolutamente contrari ad impegnarsi in un nuovo terreno di conflitto. La formula della “linea rossa” vuole essere innanzitutto dissuasiva. Ma Obama si trova spalle al muro solo un anno dopo quando, nell’Agosto del 2013, l’opposizione siriana accusa il regime di aver utilizzato gas tossici negli attacchi del Ghouta orientale e a Mouadamiyat al-Cham, vicino a Damasco. Le vittime sono 1400, tra questi 426 bambini. Una coalizione tra Washington, Londra e Parigi comincia a delinearsi con l’intento di colpire la Siria. Ma all’ultimo momento, il Parlamento britannico rifiuta di votare il via ai bombardamenti. Barack Obama, per paura di mettersi contro il Congresso, fa ugualmente un passo in dietro. Isoalta, Parigi non può che abbozzare. François Hollande rimane però convinto del fatto di “aver perso l’occasione che avrebbe potuto cambiare il corso della guerra”.

La Russia approfitta del ritiro per imporsi nel gioco siriano. Obbliga Damasco ad aderire all’Organizzazione Internazionale per il Divieto delle Armi Chimiche (OPCW). Il 14 Settembre 2013, un accordo russo-americano sullo smantellamento dell’arsenale chimico viene firmato a Ginevra. Un anno dopo, nell’Agosto del 2014, gli Stati Uniti si compiacciono per la distruzione nel Mediterraneo di parti importanti dell’arsenale chimico siriano. In totale vengono distrutte  581 tonnellate di materiale per produrre gas sarin e 19,8 tonnellate di agenti destinati all’iprite, il tutto sotto la supervisione dell’OPCW. Ma parallelamente, Barack Obama si preoccupa per le divergenze e per le omissioni riscontrate nelle dichiarazioni fatte dalla Siria all’OPCW e sospetta che il regime sia passato all’utilizzo del cloro come arma. Fine Agosto 2016, una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e dell’OPCW afferma che elicotteri militari siriani hanno sparso del cloro su almeno due località della provincia di Idleb (nordovest), a Talmenes nel 2014 e Sarmine nel 2015. Nell’Ottobre del 2016, un rapporto della commissione conclude che l’esercito siriano ha attaccato con armi chimiche, sicuramente cloro, Qmenas (una provincia di Idleb) nel 2015.

Bisogna aspettare però l’attacco del 4 Aprile 2017 su Khan Cheikhoun perché l’Occidente reagisca. In questa località controllata dai ribelli della provincia di Idleb, i sintomi rilevati in seguito al raid aereo del regime sono simili a quelli riscontrati su vittime sottoposte ad attacco chimico. Almeno 83 persone muoiono in seguito a questa azione. Come rappresaglia, Donald Trump ordina il lancio di missili Tomahawk sulla base aerea siriana di Al-Chaaryate (centro), nella notte tra il 6 e il 7 Aprile. Gli esperti dell’OPCW e delle Nazioni Unite confermeranno in seguito che sia stato usato del gas sarin e che il regime è responsabile dell’attacco. Quest’ultimo smentisce. Aletto nel Maggio del 2017, il nuovo Presidente francese Emmanuel Macron fa suo il concetto di “linea rossa”. Durante il ricevimento di Vladimir Putin a Versailles, ritira fuori l’espressione e afferma che il ricorso di tali armi “da parte di chiunque” avrà conseguenze “immediate”. La Russia, alleata del regime, nega qualsiasi esistenza di un nuovo arsenale chimico. A metà Marzo 2018, ha anche accusato i ribelli di voler mettere in scena degli attacchi chimici per dare agli Occidentali il pretesto  di bombardare. Tuttavia, il 7 Aprile i Caschi Bianchi, dei soccorritori nelle zone ribelli, un gruppo di insorti e l’opposizione in esilio accusano il regime di aver attaccato con armi chimiche Douma, nel Ghouta orientale. Il regime siriano nega, nuovamente, aver attaccato, così come il suo alleato russo.

In un’intervista alla televisione, i Presidente francese ha affermato che la Francia, senza aspettare l’inchiesta dell’OPCW, disponeva di prove. In concerto con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Macron ordina ai suoi di bombardare il regime siriano. Un rapporto francese declassificato sabato scorso (del quale ha parlato anche l’Ambasciatore francese all’Onu, ma che del quale non è stata data copia) punta il dito sulla responsabilità della Russia nell’attacco chimico dello scorso 7 Aprile attribuito “senza alcun dubbio” al regime di Damasco. “Non esiste altro scenario plausibile che quello di un’azione delle forze armate siriane nel quadro di un’offensiva globale nell’enclave del Ghouta orientale”, si legge nel rapporto. L’utilizzo di armi chimiche “permette di stanare i combattenti nemici nascosti nelle case per così ingaggiare un combattimento urbano nelle condizioni più vantaggiose per il regime”, sottolinea il documento. La Russia, alleato di ferro della Siria, “ha innegabilmente dato sostegno militare attivo alle operazioni di riconquista del Ghouta orientale”, si legge ancora nel rapporto. “Inoltre, ha costantemente coperto politicamente il regime siriano sull’utilizzo di armi chimiche, che sia davanti al Consiglio di Sicurezza delle nazioni Unite o all’OIAC, nonostante le conclusioni contrarie del JIM”, meccanismo congiunto di inchiesta tra ONU e OPCW.

Il problema è che le missioni dell’OPCW possono determinare se sono state utilizzate armi chimiche, ma non possono assolutamente identificarne gli autori e che il terreno sul quale operano è tutt’altro che esente da possibili contaminazioni (al di là di quelle chimiche ovviamente). Gli investigatori che si trovano oggi a Douma su richiesta del governo siriano,  ma durante le loro ricerche  saranno scortati da ufficiali siriani. Il loro lavoro non si preannuncia facile visto che è passata più di una settimana dall’attacco e che i ribelli affermano che sia stato tutto “ripulito”. Ci sono poi le parole della portavoce della diplomazia di Mosca, la signora Zakharova, che afferma che in Siria “c’era molta chimica di diversa provenienza” e per determinare l’origine di quelle armi, la Russia aveva presentato un progetto di risoluzione al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite qualche anno fa, bloccato in seguito da Washington. Le sue affermazioni di parte insinuano comunque dubbi.  Una situazione fluida annebbiata dai gas. Unica certezza è il poco valore dato da tutti alle vite umane.

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