Sudamerica, la Cina non è più tanto vicina

Al crollo dell’impero luso-spagnolo, gli inglesi furono pronti con la loro “home fleet” ad assicurarsi l’egemonia sui vasti spazi ricchi di materie prime del Sudamerica. Per tutto il secolo XIX, le deboli e sottosviluppate repubbliche della regione ricorsero al capitale inglese e ai loro prodotti industriali di cui avevano bisogno. Bisogna aspettare la fine del secolo, con il completamento della formazione economica e politica della potenza nordamericana degli USA, per avere un nuovo attore nella regione. Sconfiggendo la debole Spagna e togliendole i rimasugli del suo grande impero coloniale, gli USA aprono la loro storia di potenza egemone dell’America Meridionale. Ma è nella seconda parte del secolo XX, nello scenario della guerra fredda, che gli USA esercitano, alcune volte con durezza, il loro pieno controllo politico ed economico sulla regione. D’altro lato, non può essere dimenticato che il comunismo sovietico, tramite Cuba, era arrivato a 50 chilometri dalle loro coste, è con la caduta dell’URSS e con l’11 settembre 2001 che la geopolitica della regione comincia a cambiare.

Con gli USA sempre più rivolti al Medio Oriente e all’Afghanistan, appare un nuovo protagonista nello scacchiere regionale, la lontana Cina. La globalizzazione, lo sviluppo impetuoso con livelli del 10% e più annui, con il suo conseguente crescente bisogno di materie prime, cambiano il peso delle presenze americana e cinese. Gli Stati Uniti sono passati nell’ultima decade dall’essere responsabili del 55% delle importazioni dall’America Latina al 32%, gli investimenti USA nell’area sono scesi negli ultimi anni dal 25% al 17% del totale. Le esportazioni latino americane verso la Cina nel 2000 erano di quattro miliardi di dollari, nel 2012 sono di 71 miliardi! Già alcuni economisti avevano pronosticato che la Cina avrebbe superato gli USA come principale socio commerciale dell’America del Sud.

La presenza cinese non si muove su linee ideologiche, anche se molti stati economicamente e politicamente in difficoltà hanno avuto generosi prestiti che li hanno salvati, vedi il Venezuela, l’Ecuador, l’Argentina e la Bolivia. Ma se il suo sviluppo impetuoso ha portato la Cina nei caldi mari dei tropici, è proprio la bassa crescita di questi  ultimi anni a riportarla lontano. Il premio Nobel Paul Krugman e George Friedman sono concordi nel dire che il miracolo cinese è finito, o per lo meno è in crisi. Dal 10% di crescita la Cina è passata al 7,5% o anche meno nel 2013. La Banca Mondiale prevede un tasso di crescita del 5% per la prossima decade.

La diminuzione della domanda cinese di prodotti agricoli, petroliferi e minerali avrà dure conseguenze sui paesi esportatori del Sudamerica. Molti stati hanno utilizzato le entrate degli anni d’oro in consumi, tralasciando di fare riforme in quei campi dove i ritardi sono storici e gravissimi: l’educazione scolastica, di pessimo livello, e l’apparato produttivo per nulla competitivo.

©Futuro Europa®

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