Lettera aperta di un Avvocato ad un Giornalista

«Caro Giornalista di testata cartacea, on line, radio o rete TV, scusami se ti scrivo queste righe ma, se davvero il tuo lavoro è quello di fare informazione reale, sono costretto a mettere qualche puntino sulle “i”.

Faccio l’avvocato e quindi parlo con un minimo di cognizione e non voglio certo farti una lezione di diritto, ma solo ricordare che questa strana materia, purtroppo non ammette, non conosce e non tollera i sinonimi. O presunti tali. Sento quindi l’obbligo di scriverti nell’interesse non solo tuo, ma anche mio e di tutti gli operatori del diritto perché tu possa informare correttamente i tuoi lettori e ascoltatori che, così, non verranno nei nostri studi per avanzare richieste secondo loro legittime e di cui hanno letto sui giornali, ma che non potranno mai trovare accoglimento nelle nostre aule di giustizia, ovvero presentarci teorie a dir poco astruse

Noi, indegni eredi di Azzeccagarbugli, già abbiamo non poche difficoltà nell’affrontare la nostra utenza, che vuole chiedere i danni morali all’operatore telefonico che crea danni psicologici e turbamento perché invia un sollecito di pagamento al mese o denunciarlo per stalking. Fatichiamo per far comprendere che in Italia le parti in causa non giurano di dire la verità, ma possono anche (ed è loro diritto) mentire. È quasi impossibile spiegare al cliente che non è possibile avere un appuntamento privato con il giudice per spiegargli meglio tutto. Siamo stati danneggiati da Perry Mason, da John Grisham, da film e serie TV che hanno fatto credere a tutti che anche noi possiamo dire “Obiezione Vostro Onore”. Non hai idea, caro Giornalista, del carico di stress cui veniamo sottoposti per spiegare ai cittadini che non possono difendersi da soli, che l’avvocato di ufficio esiste solo nel penale e che non viene pagato dallo Stato. Il sistema del gratuito patrocinio non ha alcunché da spartire con quello delle difese di ufficio, specialmente con quelle americane. E pensa che i nostri giudici non hanno neppure il martelletto.

Non parliamo della catastrofe causata alla Giustizia da trasmissioni spazzatura (scusami l’aggettivo forbito, quelli da usare realmente sarebbero degni dell’inquisizione) che ne danno un’idea semplicemente deformata. D’accordo, le aule dei Tribunali in non poche occasioni sono spettacoli poco edificanti, ma il ridicolo teatrino che in TV è spacciato per Giustizia va ben oltre i limiti della decenza. E la gente ci crede! Quindi, caro Giornalista, almeno tu aiutaci e cerca nei tuoi articoli di usare una corretta terminologia che aiuti anche noi.

Nel recente caso della “coppia dell’acido”, tu e non pochi tuoi colleghi avete parlato della revoca della patria potestà. Sai che è stata sostituita dalla potestà genitoriale nel 1975? Potresti dire che lo hai fatto perché vuoi dare al lettore concetti semplici da assorbire, o comunque perché è il principio che conta. Ma in questo caso staresti insultando il tuo lettore. Passiamo sopra questo svarione, ma per favore evita di scrivere, quando parli di una sentenza, che sono stati inflitti tot anni di carcere. Nei tribunali le pene sono la reclusione o l’arresto e vengono rispettivamente inflitte per delitto e contravvenzione. Eventualmente con una multa o un’ammenda.  Che non sono neppure sinonimi.

Per cortesia, te lo chiedo con la mano sul cuore; non scrivere reato penale, è un pleonasmo. Il reato è sempre e solo penale. E quindi anche quando parli di denuncia (ma preferirei querela), non aggiungere penale. Per tuziorismo, ricordiamoci che non esistono le denunce civili.

Ammetto che, in ciò, non sei aiutato da alcuni miei colleghi che, alle prime avvisaglie di un possibile caso, che li possa portare all’attenzione delle cronache, dichiarano che si costituiranno parte civile, come se già fossero concluse le indagini preliminari e vi sia stato il rinvio a giudizio. Comunque, almeno tu, dopo una sentenza di condanna, non dire che la difesa ha già annunciato appello. È pleonastico perché anche il più scarso dei legulei fa sempre appello avverso una sentenza di condanna.

E potremmo andare avanti e ricordare che proprietà e possesso non sono la stessa cosa e che in Italia avremmo due gradi di giudizio di merito e uno di legittimità: ergo che la Corte di Cassazione non è il terzo grado, ma fermiamoci.

Un’ultima nota, però, amico Giornalista. Andrò orgoglioso se mi darai dell’Azzeccagarbugli perché l’avvocato manzoniano, che tutti vedono come la faccia più negativa della nostra professione, quando non accettò l’incarico che Renzo voleva affidargli, ebbe la deontologia di restituire i capponi che rappresentavano il compenso. E a chi ribatte che Azzeccagarbugli non voleva mettersi contro il potere di Don Rodrigo, ricordo che nel prosieguo lo troviamo seduto proprio alla sua tavola. Non è quindi possibile che già fosse il suo avvocato? Forse qualche moderno collega avrebbe accettato, però, un incarico in conflitto di interessi.

E con questa critica anche alla mia categoria, ti invio un arrivederci, caro Giornalista, nelle aule di tribunale e sulle pagine di cronaca giudiziaria.»

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