La battaglia per Mosul

La battaglia per la conquista di Mosul, già roccaforte dello Stato Islamico e centro petrolifero importante, è cruciale per gli assetti del Medio Oriente. Se, come pare probabile, le ultime resistenze jihadiste cadranno e la città passerà sotto il  controllo del governo iracheno, l’ISIS avrà subito sul terreno una sconfitta gravissima. In parallelo prosegue la battaglia per Raqqa, in Siria, capitale del sedicente Califfato Islamico. Se anche Raqqa cadrà, l’ISIS non avrà più base territoriale, i suoi guerriglieri, quelli che non saranno uccisi o catturati, dovranno sparpagliarsi e rifugiarsi altrove (probabilmente nelle zone montagnose tra Afghanistan e Pakistan).

Va detto subito che in Siria l’azione militare è stata condotta dall’esercito di Assad, con forte appoggio iraniano e russo. In Irak, invece, ha agito il Governo di Baghdad col sostegno di una coalizione occidentale e la partecipazione dei Peshmerga curdi. Sarebbe stato molto più opportuna ed efficace un’azione coordinata Est-Ovest, ma la realtà è quella che è. Contentiamoci di questa “divisione di compiti”, sperando che iniziative folli e sbagliate di una o dell’altra parte non portino a uno scontro diretto.

La sconfitta militare dell’ISIS permetterà una certa normalizzazione della vita e forse arginerà l’esodo in corso da quelle zone, ma di per sé non basterà a sanare le orribili ferite inflitte dagli jihadisti. La TV ci ha mostrato gli scempi umani e materiali provocati dalla cieca furia degli sconfitti e ha reso evidente il dolore e la rabbia verso il sedicente Califfato da parte delle popolazioni per i massacri e le vessazioni subite. L’opera di ricostruzione materiale e morale sarà lunga e difficile, tutte le complessità della situazione, specie siriana, restano irrisolte e occorrerà un immane sforzo diplomatico da parte dei principali protagonisti per giungere ad accordi di pace. Emmanuel Macron ha aperto uno spiraglio affermando che Assad “è un nemico del suo popolo, non della Francia”. In sostanza ha capito che in Siria non si può combattere al tempo stesso Assad e i suoi nemici, che sono allo stesso tempo nemici dell’umanità. Se anche gli Stati Uniti accettassero questa impostazione, forse a qualche risultato si potrebbe arrivare. Ma la strada è ancora lunga e accidentata.

Inoltre, la sconfitta dell’ISIS, per quanto necessaria, non significherà la fine del terrorismo. Battuta sul terreno, la jihad si affiderà ancora di più alle azioni terroristiche contro l’Occidente, la Russia, lo stesso Iran e altri regimi della zona. Occorrerà dunque una vigilanza sempre molto alta e, anzi, più attenta e severa che mai.

L’esempio della dissennata giovane siciliana convertita alla jihad e provvidamente fermata dalla nostra Polizia, dimostra che stupidità e fanatismo sono mali diffusi e non semplici da sradicare. Ma dimostra anche, per fortuna, che le nostre Autorità hanno gli occhi aperti. Non ci andrà sempre così bene, ma intanto è rassicurante pensare che i nostri servizi di sicurezza non sono inattivi né indifferenti, e non peccano per negligenza.

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