Partiti al bivio

Quello che accadrà nelle prossime settimane è destinato, io credo, ad influenzare profondamente il panorama politico italiano e forse a ridefinirne le linee. A sinistra, le primarie dell’8 dicembre dovranno dirci se il PD  sceglierà la rassicurante conservazione rappresentata da Gianni Cuperlo, persona preparata e intelligente che però presta il suo volto accattivante a una nomenclatura logora ma tenacemente afferrata al potere, o la manderà in soffitta affidandosi all’avventurosa  novità rappresentata da Matteo Renzi.

A destra, non si tratta di scegliere un leader, visto che nessuna delle componenti del PDL contesta il primato di Berlusconi, ma una linea politica. Quello che vogliono i falchi è far saltare il banco in un’impossibile difesa del loro leader, forzando nuove elezioni che evidentemente pensano di poter vincere, incuranti del torto che questo può produrre al Paese. Con i loro otto punti, i moderati guidati da Alfano hanno indicato un percorso ben diverso, fornendo un contributo essenziale al dibattito. Il documento riafferma al primo punto la leadership di Berlusconi (come non poteva non essere) ma pone un limite alla gestione autocratica del partito invocando al suo interno “liberalismo” e “meritocrazia”. Al terzo punto, condanna (ed anche qui, non poteva essere altrimenti) l’uso politico della giustizia e invoca le necessarie riforme. Ma il nodo centrale sta  nell’insieme dei punti 2, 4, 5, 6, 7 ed 8. Il ragionamento, che riassumo liberamente, è il seguente: l’Italia ha bisogno in questa fase di stabilità e di riforme: l’una e le altre sono possibili solo con la transitoria collaborazione tra forze avversarie. Disattendere tale esigenza, arroccarsi su posizioni di intransigente massimalismo, significa tradire l’Italia ma anche allontanare i moderati e marginalizzare il centro-destra. Quest’ultimo deve e può tornare a vincere, ma solo attraverso una scelta moderata che passi attraverso un temporaneo ma convinto sostegno al Governo delle larghe intese per superare l’emergenza e dotarsi di una legge elettorale che consenta il ritorno alla normale alternanza tra blocchi opposti. La rottura del quadro attuale e nuove elezioni, con una legge che si riconosce inadeguata – è la tesi del documento – possono portare solo alla necessità di nuove larghe intese e allontanare il ritorno al potere di un centro-destra autosufficiente; non fa  quindi né gli interessi dell’Italia, né del centro-destra, né dello stesso Berlusconi. Tutti, ammonisce il documento, rischierebbero di ritrovarsi sotto le macerie del sistema e del Paese.

Sarà certamente Berlusconi ad avere l’ultima parola e alla fine sapremo se avremo un centro-destra moderato, europeo nel senso migliore della parola e capace di riproporsi al governo di un Paese complesso e avanzato, o un falange macedone pronta a tutto in difesa del suo capo. O magari un faticoso compromesso che non chiarirà nulla. Oppure, una definitiva separazione delle due anime del PDL, che perlomeno farebbe chiarezza.

Le scelte che si profilano dalle due parti sono, dunque, cruciali. La speculazione si centra sugli effetti che esse potranno avere sulla durata del Governo Letta, ed è una questione legittima ma un po’ riduttiva. È certo importante che il Governo possa proseguire la sua opera per il tempo necessario, ma è altrettanto importante che anche in Italia possa alla fine aversi una reale possibilità di scelta tra un centro-destra e una sinistra egualmente moderati, riformisti  e d’accordo sui principi essenziali della convivenza democratica: come avviene in tutti i grandi Paesi dell’Occidente.

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