Tagliare la spesa, coraggio politico

In un suo recente editoriale, Galli della Loggia ha fatto un desolante quadro della crisi italiana, sottolineando che, prima ancora che economico-finanziaria, essa è politico-culturale ed è il malfunzionamento delle nostre istituzioni l’origine di molti nostri guai economici e la causa della nostra perdurante incapacità a risolverli. È difficile dargli torto. Abbiamo avuto in venti anni governi incapaci non solo di condurre politiche di ampio respiro ma anche di fare fronte alle esigenze più pressanti e non è casuale che i soli governi che abbiano fatto qualcosa per fermarci sulla strada del disastro e introdurre alcune, anche se insufficienti, riforme, sono stati quelli tecnici, che meglio andrebbero chiamati “del Presidente”, operanti in una sorta di tregua o vuoto politico. Carenze delle persone che avrebbero dovuto guidarci? Certo! Ma il fatto è che dalle macerie della Prima Repubblica non è emerso un vero ordine nuovo. Il bipolarismo che avrebbe dovuto essere la panacea universale rimpiazzando l’odiato “centrismo”, non ha funzionato:  le coalizioni via via formatesi, tanto a destra quanto a sinistra, si sono dimostrate più fragili e rissose di quelle centriste del passato e l’affannoso succedersi di elezioni ha messo partiti e forze politiche in clima di campagna elettorale permanente.

Su quel che sarebbe necessario per uscire dalla crisi e riprendere la strada della crescita, tutti sembrano concordi: meno tasse e maggiori investimenti su formazione, ricerca, infrastrutture.  È però subito chiarissimo che la sola possibilità di realizzarlo mantenendo sotto controllo deficit e debito pubblico stia in una seria, decisa riduzione della spesa pubblica: a cominciare, certo, dalle sue voci più sgradite, legate al costo della politica, ma molto più in profondità. È possibile farlo senza abbassare livello e qualità dei servizi, solo tagliando sprechi (e corruzione) e razionalizzando gli acquisti pubblici a tutti i livelli.

Perché è così difficile riuscirci? In primo luogo perché, appena si mette mano a concreti settori di spesa, una o l’altra parte – politica, sindacale o corporativa – si mette di traverso e riesce il più delle volte a bloccare tutto. In secondo luogo, a causa di una Pubblica Amministrazione, sia nazionale che locale, che ad una generale inefficienza unisce una straordinaria capacità di resistenza passiva a ogni cambio che ne diminuisca posizioni e privilegi o soltanto ne scomodi le abitudini. Nessuna riforma in Italia puó essere efficace senza un radicale ridimensionamento e rinnovamento della PA. E invece, coi governi “politici” di vario segno PA e spesa non hanno fatto che lievitare. Se non fermiamo questa spirale e non la riportiamo sotto controllo non sarà possibile abbassare il livello fiscale, ridando fiato e slancio all’economia, se non tornando a vecchie pratiche deficitarie che ci porterebbe dritti dritti fuori dell’Europa e, a termine non lontano, al disastro finanziario. Il resto, possono essere solo modeste operazioni, se non semplici manovre contabili per la galleria.

Farlo, richiede ovviamente coraggio politico e possibilità di operare a largo respiro, giacché i nostri nodi non si sciolgono nel breve arco di vita di uno dei nostri tribolati governi. C’è dunque bisogno di stabilità e autorevolezza delle istituzioni, a cominciare dal potere esecutivo, e di operosa lungimiranza da parte delle forze politiche. Senza rincorrere miraggi di repubblica presidenziale, difficili da realizzare oggi, parrebbe ovvia l’esigenza di dare al Governo e alla maggioranza che lo sostiene la necessaria durata e concordia operativa. Nel caso di una maggioranza di “grande coalizione” ci si aspetterebbe dunque che le forze che la compongono lavorassero guardando concordemente all’interesse del Paese e con rispetto reciproca e concordia operativa, come sicuramente avverrà in Germania. E invece lo spettacolo che esse stanno dando è, con qualche eccezione, desolante. Polemiche stantie, risse inutili tra di loro, battaglie di galli al loro interno, una guerra di tutti contro tutti, in cui l’ultima preoccupazione appare proprio il Paese. È spiacevole che vi si sia ora aggiunto il Prof. Monti, che pure ha grandissimi meriti ma che, nelle sue varie uscite televisive, ha dato prova di permalosità e ingenerosità.

Meno male che al centro un po’ di ragionevolezza è rimasta e qualcosa si muove alla ricerca di assetti migliori per il nostro futuro.

©Futuro Europa®

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